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martedì 17 marzo 2015

Operazione Cooperazione.

Un po’ per caso e un po’ per via delle recenti vicende di cronaca mi sto trovando spesso a discutere del ruolo di cooperanti, corrispondenti e lavoratori all’estero che nel mondo di oggi sono sempre di più e sempre più a rischio.


Da quando Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sono state rapite, e poi liberate, in Siria mentre svolgevano un progetto di sostegno alle popolazioni nel territorio dilaniato da quattro anni di guerra, nei salotti televisivi, dalle colonne dei giornali, nei simposi come nei bar gli esperti di cooperazione hanno iniziato a spuntare come i funghi dopo un temporale.

Nella stragrande maggioranza dei casi chi si dedica alle attività umanitarie o di sostegno allo sviluppo all’estero ispira alla società civile, e di conseguenza alla politica e alla stampa, toni poco pacati se non aggressivi: da “prima gli italiani” passando per “dovevate starvene a casa vostra” per arrivare a veri e propri insulti che mi rifiuto di ripetere.

Eppure è difficile capire dove stia per i più il confine fra utile e inutile, buono o cattivo, eroe o sprovveduto.
Nella terra delle “oRgettine” e di Famiglia Cristiana, della famiglia stile Mulino Bianco e dei femminicidi quotidiani, i Marò vanno tutelati e protetti, mentre Greta e Vanessa andavano lasciate in mano ai rapitori dell’ Isis. Quattrocchi è stato un eroe, Vittorio Arrigoni un comunista antisemita. Oriana Fallaci è vicina alla canonizzazione nazionalpopolare me delle difficoltà dei corrispondenti esteri, ad esempio, inCina, importa poco o nulla alla maggior parte del pubblico.
L'immagine della campagna #freemiao

Senza raccontare di nuovo le storie (le trovate nei link delle righe precedenti) di questi personaggi, ho deciso di chiedere un parere a qualcuno che della vita e del lavoro fuori dai confini dell’Italia sa qualcosa di più di noi professori da social network laureati su Slytg24.

Da quattro interviste, che pubblicherò nel corso del prossimo mese, spero possano nascere spunti e punti di vista nuovi per discutere con un po’ più di competenza di corrispondenti e volontari, e soprattutto di quella cooperazione internazionale che spesso si sente nominare ma che fatichiamo a riconoscere.

Prima di iniziare, due piccole definizioni: La politica di cooperazione allo sviluppo è l’insieme di politiche attuate da un governo, o da un’istituzione multilaterale, che mirano a creare le condizioni  necessarie per lo sviluppo economico e sociale duraturo e sostenibile in un altro paese. L’attuazione di tali politiche può essere realizzata da organizzazioni governative, nazionali o internazionali, o da organizzazioni non governative (ONG), indipendenti.

 I dipendenti di queste organizzazioni sono i famosi cooperanti che “se la vanno a cercare”.
Col recente affermarsi di nuovi attori politici ed economici che spingono verso strategie diversificate di sviluppo (crescita sostenibile, consumo “etico”, tutela dell'ambiente come parte dell’impegno contro la povertà e la fame) la Cooperazione allo sviluppo è sempre meno una questione di aiuti da governo a governo e sempre più un fenomeno complesso di cooperazione decentrata.
La prospettiva della cooperazione decentrata necessita di un maggior coinvolgimento dell’intera cittadinanza, e non più solo delle nicchie attive di popolazione sensibile: informarsi e farsi un’opinione al riguardo sta diventando un dovere, anche perché quello degli aiuto allo sviluppo e delle ONG è un business da miliardi di dollari, sul quale l’opinione pubblica dovrebbe vigilare.

L’intervista ad Ugo Tramballi, corrispondente del Sole 24 ore, già giornalista del Giornale di Montanelli, inviato in Medioriente, Oriente, Russia per citare alcune esperienze, sarà online sulla BisbEtika a breve.
Offrirà qualche buono spunto? Stay Tuned!

E facciamocela un’opinione, non costa niente e sia mai che ci serva!

domenica 22 febbraio 2015

Belle idee e begli ideali

Dal sapere al saper fare

Belle idee, la transizione, la decrescita, l’autoproduzione, gli orti urbani e le permaculture. Bellissime idee. Mi entusiasmano. Sono probabilmente i pilastri della nuova (e verosimilmente unica possibile) rivoluzione culturale ed economica attraverso la quale si possa arrivare ad un futuro più equo, sostenibile, basato sulla tutela dei diritti di ogni cittadino del pianeta e sulla tutela dell’ambiente.  In proposito si sono scritti libri, girati film e documentari, per portare avanti questa “rEvoluzione” sono nati movimenti, associazioni, riviste. Fin dagli anni ’70. Entusiasmante no? L’idea di un mondo in cui la produzione di beni e alimenti avviene riducendo al minimo inquinamento, scarti, esuberi, in cui il cibo c’è, per tutti, in cui non dovremmo preoccuparci di andare in guerra per l’acqua, della desertificazione, del buco nell’ozono. Fantastico.  Dopo aver letto libri di economisti e sociologi, dopo aver seguito conferenze, guardato documentari, aver preparato il fagotto per l’imminente partenza per la Transition Town più vicina,a mi sono accorta di una fatale falla nel mio piano: non so piantare una carota. Non so coltivare delle patate. Non so mietere il grano. Non so issare i tralicci delle viti. Non so mungere una mucca, tantomeno una capra. Non ho idea di come salvare una pianta di pomodoro dai parassiti. Non so attaccare un bottone, figuriamoci cucirmi i vestiti. Non sono in grado di costruire un muretto, scavare un pozzo, manco una casetta sull’albero.  A raccogliere le uova delle mie galline me la cavo abbastanza bene, ma in quel caso, siamo sinceri, il lavoro lo fanno tutto loro.
Un forest garden in permacultura
So un sacco di cose, la differenza fra equità ed uguaglianza, cosa siano i commons collaborativi, chi sono i prosumers. Potrei citare quasi a memoria le battute dei film di Al Gore e delle conferenze di Rifkin. Ma non so fare praticamente nulla. Panico. Quale potrebbe essere la mia utilità in una città, in una comunità, basata sull’autoproduzione, sull’agricoltura sostenibile, su un modello produttivo di altri tempi? Fossi che so, un medico, un dentista, un’ingegnera.  Invece sono solo una (quasi) sociologa e mi sento sempre più in piedi sul traballante sgabello di chi predica bene ma razzola male.
Dopo qualche ricerca la risposta al mio senso di inadeguatezza sembra essere arrivata dal Movimento Per laDecrescita Felice, e dallo straordinario esperimento dell' Università del SaperFare. I corsi di questa particolare facoltà che si svolgono nelle varie sedi del Movimento in tutta Italia, si basano sul recupero di capacità pratiche andate perdute negli ultimi decenni, dalla gestione di colture, alla calzoleria, passando per la produzione di cosmetici naturali e detersivi vegetali. “Il Saper Fare è una sorta di rivoluzione culturale- spiegano sul sito del movimento- che presenta una quantità incalcolabile di vantaggi: permette di recuperare capacità e utilità perdute, di accedere a beni primari limitando acquisti e spostamenti, di inquinare meno e risparmiare molto, e di sperimentare una nuova dimensione entro la quale rivalutare il tempo e la soddisfazione del lavoro ben fatto, da condividere in modo solidale. Zero imballaggi, meno trasporti, niente emissioni. Se migliaia, milioni di singoli adotteranno le pratiche del Saper Fare, inaugurando nuovi stili di vita basati sul recupero della capacità di auto-produzione di beni e quindi riducendo la produzione di emissioni e rifiuti, l’impatto di questa pratica diverrà in breve tempo molto significativo anche su scala globale.” Sul sito del Movimento per la Decrescita Felice si trovano, oltre al calendario dei corsi pratici in giro per l’Italia, decine di link utili per iniziare l’avvicinamento al knitting, all’autoproduzione di cosmetici, alla preparazione del pane, agli orti e alle fattorie urbane, alla produzione di formaggi e yogurt e molto altro. Le applicazioni delle tecniche sono infinite e ognuno può contribuire realizzando nuovi corsi, purchè questi siano in linea con il manifesto dell’associazione.
Oggi, in un momento in qui la disoccupazione è dilagante e il sistema industriale è vicino alla saturazione,affinare alcune abilità pratiche, spesso considerate “di bassa leva” o poco interessanti, potrebbe rivelarsi un ottimo escamotage lavorativo, oltre che etico, per trovare il proprio posto in un’economia nuova in cui i capisaldi del capitalismo occidentale iniziano a vacillare.
Mentre affilavo i ferri da calza e rispolveravo la zangola dalla cantina però ,fortunatamente mi sono balzate agli occhi altre due considerazioni. La prima: per uscire dall’attuale crisi occorre un radicale cambio di paradigma culturale: non possiamo pensare di risolvere i problemi originati  dal vecchio paradigma senza adottare nuovi strumenti mentali oltre che pratici e nuove categorie di pensiero, oltre che di azione. La necessità di occupazione in attività oggettivamente utili (nel settore dell’agricoltura biologica, del risparmio energetico, del recupero di materiali, della produzione di energia da fonti rinnovabili) che  producono beni, e non merci,che soddisfano bisogni primari ed essenziali, che riducono il consumo di risorse non può essere soddisfatta senza nuove politiche economiche industriali, e non può esserci una nuova politica senza una nuova società. Allora, è necessario che al fianco delle abilità manuali sviluppiamo anche le nostre abilità intellettive ed interiori: la nostra conoscenza, la nostra empatia, la nostra percezione di noi stessi come parte di un sistema dal quale dipendiamo e che dipende da noi. Allora non è inutile leggere,scrivere, documentarsi, conoscere persone, seguire conferenze , partecipare a movimenti, non è inutile prendersi del tempo per pensare oltre che per agire, per far crescere gli ideali assieme alle idee. La seconda parte del mio infallibile piano è passata da una consapevolezza ancora più semplice: serve davvero che guardi un video su Youtube per capire come piantare della lattuga? Molti di noi hanno la fortuna di avere genitori e nonni, zii e conoscenti che hanno ancora ben presenti i tempi in cui il saper fare era la norma. Così, prima di partire per Lucca per imparare a piantare un oliveto ho deciso di chiedere a mio padre di insegnarmi a zappare l’orto, a piantare i pomodori, a potare le viti, e a mia madre di insegnarmi a rammendare un calzino e a cucinare alla vecchia maniera.
Probabilmente a fine giornata avrò qualche dolorino alla schiena e un  paio di punture di spillo sulle dita ma mi sentirò più vicina in maniera coerente alla mia idea di rivoluzione.
E ora scusatemi, vi saluto perché ho il pane in forno,devo dare l’acqua ai pomodori,  le galline sono da governare, devo scaricare l’ultima conferenza di Rob Hopkins e il libro sull’autoconsapevolezza che ho iniziato mi aspetta sul bracciolo della poltrona!

domenica 11 gennaio 2015

L’insostenibile leggerezza dell’immobilismo

Se muoversi verso la sostenibilità è l’unica alternativa all’autodistruzione.


Sono nata nel 1988. Quando il boom economico ha iniziato ad allargare le maglie e far intravedere i collegamenti fra mafia e politica, quando la DC la faceva ancora da padrona, quando Bertolucci vinceva 9 oscar per "L’ultimo imperatore", quando si condannavano gli esecutori della strage di Bologna senza far luce sui mandanti, quando veniva ucciso Mauro Rostagno, e andava in onda la prima puntata di Striscia la Notizia. Alla vigilia del mio primo anno di vita cadeva il muro di Berlino: il mondo in cui io, e tutta la mia generazione, abbiamo mosso i primi passi mutava alla velocità del pensiero. Quando ho iniziato la scuola la preoccupazione maggiore per farci stare al passo con i tempi era insegnarci ad usare i computer, nuovo strumento dal potenziale immenso che presto sarebbe diventato una presenza costante in tutte le case, come la lavatrice. 

La televisione ci creava ogni giorno nuove necessità in una scorpacciata bulimica di nuovi giochi, merendine, videogames, caramelle e bibite. Volevano che la nostra generazione pensasse a crescere, in tutti i sensi. Contemporaneamente però iniziavamo ad avere i primi compagni di classe stranieri, in fuga dalla Bosnia martoriata dalla guerra civile, e a scoprire che il mondo non andava alla stessa velocità ovunque. In mezzo ci sono stati l’11 settembre, il movimento no global smembrato dal G8 di Genova, le manifestazioni contro la guerra in Iraq e Afghanistan, i movimenti alternativi che diventavano virali, i mezzi di comunicazione in piena rivoluzione. Non si faceva la raccolta differenziata. Non ci insegnavano il riuso, il riciclo, le conseguenze dell’inquinamento, dei consumi smodati. 
Quando finalmente abbiamo raggiunto l’età per votare la consapevolezza ha iniziato a farsi strada nelle menti dei più attenti: quanto costava tutta questa crescita? Chi e cosa stavamo fagocitando insieme all’illusione del boom infinito della società occidentale? Televisione e internet offrivano come un fast food aperto 24h su 24 tutte le orribili pietanze delle carestie, della devastazione dell’ambiente, delle foreste che cadevano fra le fiamme dell’industria. Nel 2009 una crisi, ben lontana da quella che a livello sociale e morale stava attanagliando il mondo da decenni, si è palesata a noi dell’emisfero Nord sotto forma di crisi economica.
 Da allora, il principale obbiettivo di tutte le politiche pubbliche dei paesi del primo mondo è l’uscita dalla Crisi, scritta maiuscola, come se fosse diventata un mostro mitologico a sette teste che tutto divora. A noi giovani cittadini hanno continuato a dire che bisogna spingere l’economia, consumare, consumare consumare. 

Ma che cosa stiamo consumando nel modello che ha contraddistinto l’occidente del dopoguerra? Quel fuoco di paglia che l’Europa brucia dalla seconda rivoluzione industriale  non è ripetibile nel mondo, non di certo con un numero crescente d’esseri umani. Le risorse  che permisero l’ascesa dell’Europa non sono a disposizione all'infinito : l'uso sconsiderato di combustibili fossili destabilizza il clima e le riserve vanno esaurendosi. La tragedia poi, sta nel fatto che l’immaginario dei Paesi emergenti s’ispira alla civiltà Euroatlantica, ma i mezzi per la sua realizzazione non sono più a disposizione. In questo panorama, assai desolante per la nostra generazione e per le prossime ed assai vergognoso per le precedenti, alla spinta alla crescita ad ogni costo si contrappongono nuove idee di crescita sostenibile, decrescita e transizione verso nuovi sistemi economici, sociali, e produttivi. 

Potrei usare queste righe per cercare di convincere qualcuno a cambiare rotta spaventandolo con i numeri della devastazione che l’attuale sistema sta causando, quanti metri cubi di gas nocivi, quanti animali estinti, quanti bambini muoiono di fame, quanti anni ci restano prima di andare in guerra per l’acqua. Potrei usarle per far notare quello che la politica non sta facendo e puntare il dito contro i potenti. Ma credo che una rivoluzione, se mai potrà esserci, arriverà dal basso, da questa società civile in fermento che nella quotidianità sta trovando nuove alternative alla crescita autodistruttiva che ci propongono. Allora le userò per raccontare qualcosa di nuovo, che non c’era nel mondo in cui sono nata ma potrebbe cambiare quello in cui cresceranno i miei figli, perchè forse basta davvero poco per fare la rivoluzione: forse basta la consapevolezza, la conoscenza di tutte quelle realtà che il mondo lo stanno già cambiando. 
Perché c’è chi è salito un gradino più in su e riesce a guardare un po’ più lontano: sono i protagonisti delle transition towns, delle aziende collettive, del commons collaborativo. Sono quelli che piantano un orto nelle aiuole di Londra, sui tetti di New Tork, che viaggiano con il couchsurfing e il carsharing, che tengono e  frequentano i massive open online courses , che aprono le panetterie sociali di quartiere, che fanno internet delle cose, delle informazioni dell’energia. Nelle Transition Towns, realtà cooperative sparse in decine di paesi, collettività e creatività sono protagoniste: a Londra  il movimento di Rob Hopkins ha messo in piedi orti cittadini, in cui ognuno può raccogliere e consumare il cibo prodotto, in giardini abbandonati, fermate dei bus, perfino gallerie della metro. In questo modello “locale” è sinonimo di ecologico, economico, accessibile: i negozi di alimentari, i forni, i fruttivendoli: sono frutto di investimenti collettivi non solo di capitali ma anche di conoscenze e competenze. 

C’è un’intera economia che aspetta di essere scoperta: con gli orti privati, i rooftops gardens sui tetti dei palazzi, gli orti collettivi, i collegamenti con gli agricoltori suburbani circa l’80% del cibo di cui necessitano le città potrebbe essere prodotto entro i loro confini . Ciò significa, meno spese per l’importazione, meno inquinamento, meno sprechi, più lavoro su scala locale, più giustizia sociale.  Tutto questo può partire dal pomodoro che domani potremmo decidere di piantare in un appezzamento abbandonato delle nostre città. Il concetto di fare rete in queste comunità parte sin dalle idee: ogni progetto prende vita da un incontro che mette in comunicazione chi ha le idee con potenziali investitori, ma soprattutto con le comunità locali, i cui membri possono scegliere di investire, anche con l’aiuto pratico, non solo con i soldi.
 Così può succedere che facendo da baby sitter si contribuisca allo sviluppo urbanistico che porta vecchie fabbriche abbandonate a diventare birrifici ecologici, orti idroponici e realtà produttive a basso impatto ambientale che creano decine di posti di lavoro. I consumatori, diventano in prima persona anche produttori, abbattendo i costi marginali di produzione di beni e servizi e rendendoli liberi dalle logiche di mercato.  Questi “prosumers” generano e condividono su scala paritaria informazioni, competenze, ma anche case, automobili, giocattoli, vestiti, rendendo il capitale sociale spendibile come quello finanziario. 

Ci hanno abituati a credere che se la sostenibilità dovesse soppiantare il consumismo e la libertà di accesso prevalere sulla proprietà dovremmo fare grandi rinunce. Non è vero. Non è vero che in una prospettiva più collaborativa e meno consumista dovremmo rinunciare alla tecnologia, ai viaggi, alla conoscenza alle comodità per tornare tutti a zappare la terra. Di fatto il costo reale di una telefonata o di una connessione a internet è prossimo allo zero. 
Di fatto esperienze come il couchsurfing, in cui si scambia ospitalità con altri viaggiatori per girare il mondo, il car sharing e lo scambio di appartamenti, ci dimostrano che si può scoprire il mondo spendendo poco ed inquinando meno. Di fatto attraverso i Massive Online Open Courses, si possono frequentare corsi online ad un livello spesso più alto di quello di molte università con costi quasi nulli. Di fatto da investimenti collettivi sono nate comunità che producono e vendono la propria energia elettrica in maniera del tutto ecologica, ed economica. Di fatto i giovani imprenditori stanno imparando ad aggirare lo strapotere dell’establishment bancario attraverso il crowfounding , per finanziare progetti  sensibili in una nuova economia che funziona anche con monete alternative. 
Ci sono persone “comuni” che ci stanno dimostrando che un altro modo di vivere, più empatico ,sostenibile e collaborativo non solo è possibile, ma è a portata di mano. 

Non spetta ai potenti muoversi in questa direzione, spetta a noi. Non fra un anno, non fra un mese, non domani. Oggi. E chi crede che non sia possibile, come diceva il caro Albert  Einstein , non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo.


sabato 13 dicembre 2014

EU and Me

Storia di un’avventura europea

A volte, raramente, succede di incappare in un progetto che sembra scritto apposta per noi. E’ un colpo di fulmine, come con il lavoro dei sogni o una cotta delle superiori. Spesso ci buttiamo in questi progetti a capofitto, pieni di aspettative. Io sapevo dal primo momento in cui ho letto il bando che il progetto “Essere inEuropa” avrebbe dato nuova linfa al mio essere europea, nuovi argomenti alle mie conversazioni, nuovi spunti alla mia conoscenza. E così è stato.
Poteva essere solo un viaggio in pullman fino a Bruxelles, solo una visita guidata a qualche sala del Parlamento Europeo, solo una scusa per assaggiare la birra e la cioccolata belga. Ma per chi in quei cinque giorni, ha viaggiato con le antenne tese e sintonizzate sul cogliere quel sottotesto che va oltre le parole delle guide e i giochi di ruolo, c’è stato molto di più da scoprire.

Attraversare l'industriosa Germania e scoprirla fatta di campi e pale dell'eolico

Arrivare in una città europea in cui parlare inglese, francese, olandese e perfino italiano ed essere perfettamente capiti.Sentire un ecclesiastico scommettere su un Europa laica e delle religioni, al plurale.Conoscere i belgi , il loro umorismo e la loro voglia di vivere senza imposte, alle finestre e sugli stipendi.E in mezzo alle cattedrali lo sciopero di chi non vuole che sia cancellato il reddito di cittadinanza, anche per gli stranieri.Il problema dell'informazione e dell'immagine dell'Ue che continua a trapelare dalle parole di chi l'Europa la vive e la racconta.L'emozione di entrare nel cuore pulsante, della politica comunitaria, con tutti i suoi ingranaggi, scoprendo che meriterebbero una bella oliata.Attraversare 1,2,3,4,5,6,7 frontiere senza intralci, blocchi sentendosi liberi cittadini di questa Grande Europa.Scoprire che anche chi l'ha voluta, questa grandiosa istituzione, era un uomo comune, con passioni, desideri, e che pure ha dedicato la vita a quest'impresa. Che chi la guida oggi é un libraio che non disdegna un buon cognac e una sigaretta di nascosto.Vedere Colonia, una città rasa al suolo dalle bombe, rimessa in piedi a forza con il ferro e la pietra, senza dimenticare di farci inciampare in qualcuna di queste pietre che con un nome e una data questa storia la racconti.Conoscere persone, dimenticando età, provenienza, mescolando le idee, fondendo le esperienze, imparando gli uni dagli altri, dando e ricevendo, sognando di contare qualcosa nell'Europa futura, sentendosi per una volta unita ad altri da questo grande desiderio. 
Imparare il compromesso che serve per smettere di farsi la guerra, che la solidarietà non deve essere solo fra Stati ma anche fra cittadini, in quest'Europa fatta di chiese e bordelli, minareti e sinagoghe, di religioni, popoli, lingue e dialetti che sulla diversità ha costruito i pilastri della propria sopravvivenza.

Lo sento ora più che mai che l’europeizzazione passa per la consapevolezza e l’etica di ognuno dei suoi cittadini: ogni articolo che leggiamo, ogni informazione che passiamo, ogni meccanismo di cui diventiamo consapevoli è un mattone abbattuto dal quel muro che sta al confine fra Italia e Europa, fra me e noi, fra impegno e passività.

Se io, da un paesino dell'Italia, da una provincia della Grecia da una megalopoli del Nord Europa posso:
Avere la libertà di viaggiare fino ad Oslo senza mostrare un passaporto,
Sognare di lavorare, studiare e vivere a Bruxelles senza sentirmi una straniera.
Mangiare un muffin nei coffe shop di Amsterdam.
Cantare “bella ciao” fra le strade di Colonia.
Andare a Praga per un week end di beer tour.
Avere la possibilità di fare un Erasmus a Madrid.
Fare affidamento su una tutela più grande quando mi sento tradita dal mio Stato
Andare a fare volontariato in Romania.
Non temere la guerra.
È grazie all'Europa. Tutto ciò è grazie all’Europa. Quest'Europa che per la maggior parte dei suoi cittadini non vale lo sforzo di andare a votare alle elezioni, quest'Europa prigioniera della burocrazia, dei contentini alle lobbies e della politica fine a se stessa.

Chi se non noi, giovani cittadini, ha il dovere di onorarla e impegnarsi per liberarla dalle catene della spocchia degli Stati, della disinformazione e delle strumentalizzazioni?

A chi se non a noi sta il dovere di ricordare a chi auspica l'uscita dall'Europa che è a tutto questo che dovremo rinunciare?
Non lasciamo che facciano leva sulla nostra ignoranza, non lasciamo che ci convincano che ci sia sempre qualche istituzione più grande da temere e rispettare: sono i governi che dovrebbero temere i popoli, non il contrario.

 Il nostro impegno deve essere per un’Europa che investa sul sapere, più forte dei governi che vogliono tenerci nell’ignoranza e nel disprezzo.
Il nostro impegno deve essere per un’Europa verde, più forte dei governi che ci offrono solo cemento e petrolio.
Il nostro impegno deve essere per un’Europa che offra a tutti noi un lavoro degno, più forte dei governi che svendono i nostri diritti.
Il nostro impegno deve essere per un’Europa sempre più democratica, più forte dei governi che vogliono imporre ai più la legge dei meno.
Il nostro impegno deve essere per un’Europa che difenda la libertà di pensiero e di azione, più forte dei governi chi ci minacciano con manganelli e zone rosse.
Il nostro impegno deve essere per un’Europa giusta, più forte dei governi che si riempiono di criminali e mafiosi.
Il nostro impegno deve essere per un’Europa che ricordi la storia, più forte dei governi che sperano nell’oblio.
Il nostro impegno deve essere per un’Europa con una lingua, una costituzione e una bandiera, più forte dei governi che credono solo nelle proprie.
Il nostro impegno deve essere per un’Europa ancora più pacifica, più forte dei governi interventisti per interesse.
Ambiente, lavoro, identità, educazione, democrazia, giustizia, libertà, pace, questi sono stati i sogni delle passate generazioni politiche stremate dalla guerra e sono, oggi, le nostre necessità.
Europee ed Europei, di altre lingue, e di altre nazioni: fate che queste richieste si diffondano fra tutte le donne e gli uomini di questa Europa.

Liberamente ispirato al manifesto "Para Todos Todo" del Sub Comandante Marcos.


Grazie al Servizio Europa della Provincia di Trento, che ha ideato il progetto, al  Movimento Punto Europa, alle politichegiovanili del Comune e della Provincia di Trento,alla Regione Trentino per il sostegno e a tutti i compagni di viaggio che hanno reso possibile e unica quest’avventura.


Ecco alcuni link per essere più consapevoli di ciò che succede in Europa e delle possibilità che ci offre!

http://ec.europa.eu/

http://www.eunews.it/

http://www.erasmusprogramme.com/

http://serviziovolontarioeuropeo.it/

venerdì 25 ottobre 2013

Midollo osseo: quando salvare una vita costa troppo e non vale abbastanza

La generosità a volte non basta. Gli aspiranti donatori di ADMO sono bloccati da più di un anno: i test costano troppo e intanto le banche dati si svuotano.


In Trentino, nella nostra isola felice in cui tutto funziona, la mala sanità viaggia su una altro livello.
Lungaggini burocratiche,L'Aziende Sanitaria in altre faccende affaccendata, fondi regionali carenti hanno bloccato da oltre un anno i prelievi di sangue necessari per inserire i potenziali donatori di midollo osseo nel database internazionale che permette ai malati di leucemia,tumori e anemia  di aumentare le possibilità di un trapianto.
Lo confermano, a bocca storta, dall'APSS di Trento,più convinti dalla sede centrale di ADMO e dalla presidenza di ADMO Trentino, ma lo confermano soprattutto gli aspiranti donatori che aspettano,alcuni dal 2010, di poter effettuare il test di tipizzazione, ovvero di mappatura genetica, necessario per entrare a far parte della banca dati.
Sono oltre 650, solo in Trentino.
Mille secondo i dati ADMO in Lombardia, altrettanti in Piemonte.
Il numero a livello nazionale ammonterebbe a diverse migliaia.
Non è solo un problema locale dunque, ma da qualche parte il bubbone doveva scoppiare. E il caso ha voluto che proprio in Trentino un aspirante donatore, avvisato dalla segreteria ADMO che purtroppo per effettuare il prelievo potrebbe passare più di una anno (un altro), ha voluto raccontare la sua storia.
“In trentino abbiamo quasi 300 donatori all'anno, e abbiamo i volontari più giovani d'Italia- ha raccontato la vice presidente ADMO Trentino Ivana Lorenzini- eppure siamo costretti a farli attendere,ancora e ancora, e io sono veramente costernata, dispiaciuta e amareggiata, stufa di ricevere lettere e e mail di volontari che lamentano questo disagio.”
E' una questione di soldi, ancora una volta. Le strutture nei laboratori trentini ci sono, quello che manca è la voglia di investire (e questa è una scelta che sta ad ogni regione)nei nuovi tipi di test.
“ La legge europea recepita a livello nazionale impone un'analisi in alta definizione, molto costosa specialmente per le piccole realtà- ha spiegato ancora Ivana Lorenzini- ora è necessario valutare tutti e quattro i livelli di compatibilità, non più solo i primi due. Come associazione non abbiamo i fondi per pagarli di tasca nostra,e i contributi regionali non arrivano. Dall'APSS dicono che stanno lavorando, ma evidentemente non a questo. Abbiamo donatori fermi dal 2010.”
A mettere i bastoni fra le ruote all'importantissimo lavoro di ADMO ci pensano tanti fattori, nuove norme, borse di studio che finiscono, fondi che calano.
Tanti cittadini privati contribuiscono con donazioni, con il 5 per mille, ma spesso proprio dalle amministrazioni manca il sostegno necessario e intanto la lista dei malati in attesa di midollo si allunga.
Oggi una nuova “tavola rotonda” fra APSS e ADMO potrebbe sbloccare questa situazione, decidendo se mandare i campioni di sangue fuori regione, per effettuare i test in centri più grandi, o se finalmente investire per realizzarli in loco. Per i potenziali donatori comunque, ci vorrà almeno un altro anno per uscire da questo limbo.
Per un malato di leucemia, o di altre malattie potenzialmente curabili con le cellule staminali contenute nel midollo osseo la probabilità di trovare un donatore compatibile è molto bassa, una su 100.000 fuori dal nucleo famigliare.
Per questo è vitale che nelle 51 banche dati internazionali ci siano più potenziali donatori possibili.
E se qualcuno delle migliaia di aspiranti donatori trentini e italiani che da anni aspettano di essere inseriti nelle liste fosse proprio quell'uno su 100.000?
E se qualcuno fra “color che son sospesi” in questi anni di languire burocratico, avesse potuto salvare una vita?
Non c'è modo di saperlo, ma è necessario che associazioni,aziende sanitarie e Regioni si impegnino per risolvere questa situazione drammatica.
Penso se ad essere malato fosse mio figlio,mia madre, mio fratello.
Nella ricerca disperata di un donatore, potrei accontentarmi degli “E se...?”.

mercoledì 21 agosto 2013

Una società che è la fine del mondo.


Altro che fine del calendario maya, ecco come la razza umana si estinguerà.

Che l’armageddon sia uno dei temi preferiti all’interno nella nostra cultura non si piò negare. Abbiamo sentito innumerevoli, profezie, pronostici e dibattiti. Visto migliaia di film, decine di documentari immaginato centinaia di mondi apocalittici e post apocalittici. Ma a spazzare via il genere umano dal globo molto probabilmente non sarà né un virus letale, né il riposizionamento dei poli magnetici, né un asteroide, né un attacco di cavallette intergalattiche né un’apocalisse di zombie (peccato, a quella ero già pronta).

In una realtà tristemente molto più semplice  la fossa ce la stiamo scavando da soli. Il 20 agosto è stato        l’ ”Earth overshoot day”  del 2013, che non è il nome di una festa trasgressiva in un locale di Amsterdam, ma il giorno in cui secondo il GlobalFootprint Network abbiamo iniziato a consumare più risorse di quante ne disponga il pianeta terra.

Questa data si ottiene confrontando le risorse terrestri con il consumo che ne viene fatto all’interno di un’equazione: capacità biologica mondiale/consumo ecologico mondiale moltiplicato per 365. La data che si ricava è approssimativa, ma in situazione di parità dovrebbe risultare un rapporto 1:1, che significherebbe che consumiamo il 100%di ciò che la Terra mette a disposizione senza andare in debito.

Quest’anno però il rapporto si è spostato verso l’ 1:1,5, fissando l’Overshoot Day ad agosto, il che significa che stiamo consumando un pianeta  e mezzo di risorse all’anno. Di questo passo, nel 2050 avremo bisogno di due Terra per offrire abbastanza acqua, aria e cibo all’intera popolazione mondiale.

Lo scenario, è degno dei più catastrofici kolossal hollywoodiani: i cambiamenti climatici già percepibili aumenteranno esponenzialmente con conseguente desertificazione di aree sempre più vaste, la stragrande maggioranza delle specie animali si estinguerà, le verdi foreste pluviali saranno un lontano ricordo, così come la società che conosciamo. L’impoverimento del pianeta farà schizzare alle stelle i prezzi delle materie di prima necessità, si finirà con l’uccidersi a vicenda per acqua, cibo ed aria. Le conseguenze, guerra, fame, malattia e morte, galoppano verso di noi più velocemente del previsto.

I mercati emergenti, Cina in testa, sono i responsabili principali del saldo in negativo del conto con la Terra, ma a guardare bene l’intero pianeta è corresponsabile: la Tigre Asiatica produrrà pure il 75% dell’anidride carbonica totale, ma il 30% di questa è causata dalla produzione di prodotti per l’esportazione. Complessivamente, l’80% della popolazione mondiale vive in stati che consumano più di quanto il loro territorio sia in grado di produrre.

Questo è il prezzo del benessere: meglio stanziare, come ha fatto un potente industriale sudafricano, centinaia di milioni di dollari per la colonizzazione di Marte continuando a spremere a morte il nostro pianeta, piuttosto che rinunciare alla seconda macchina per famiglia, alla bistecca tutti i giorni, ai viaggi low-cost.

E’ davvero questo quello che la nostra grande razza umana, con la sua tecnologia, il suo intelletto, la sua cultura, è in grado di fare? Spostarci di zona fertile in zona fertile prosciugandola fino a quando nulla resterà? Parafrasando un grande film sulla fine del mondo “c’è solo una forma di vita che si comporta così, una sola. I batteri.”

Forse, a salvare la Terra sarà la Terra stessa, comportandosi come un organismo con un’infezione estesa e trovando una via per sopprimere la “piaga umanità”. Forse ci consumeremo lentamente, mentre i più ricchi migrano verso mondi lontani guardando i nostri figli morire di fame, di sete, o senza aria.

Una cosa è certa, non sarà rapido come un’esplosione atomica, come l’impatto con un meteorite, e non sarà indolore. Non basterà barricarsi in un centro  commerciale armati fino ai denti, nascondersi in cantina con le provviste, aspettare che l’eroe di turno trovi una cura per il virus letale.

Qui, l’unico eroe che può fare la differenza è ognuno di noi, imparando a consumare ciò che ci è concesso, non ciò che ci spetta perché siamo anti in questo emisfero. Imparando che l’equità e l’uguaglianza sono due cose diverse, che “decrescita” è una parola facile da dire quanto “crescita”.
Per il resto, siamo solo un puntino nell’universo, e nessun angelo dalla spada guizzante verrà a salvarci dal destino che ci siamo meritati, giorno  dopo giorno.