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sabato 11 luglio 2015

Srebrenica 20 anni dopo: 8000 morti più uno.

“Portatemi le sue ossa, le riconoscerò di sicuro” Hatidža Heren cerca ancora i resti del marito, 20 anni dopo, come centinaia, migliaia di altre mogli, madri, sorelle, figlie rese vedove e orfane da quella mattanza che, vent’anni fa i serbo-bosniaci hanno messo in atto nella cittadina della Bosnia orientale.

Vent’anni, sono passati solo vent’anni da quel massacro, dagli uomini bendati strappati alle loro famiglie per essere sistematicamente uccisi, o per scomparire su camion di cui ancora, ad oggi, non si conosce la destinazione.
8000 volti, passati in diretta in tv, 8000 volti ignoti, 8000 morti di cui si dimentica il nome, e un morto in più, illustre, pesante, seppellito insieme a decine di migliaia di persone nelle fosse comuni delle guerre balcaniche: L’ONU.
Mentre gli autobus pubblici portavano i musulmani bosniaci nei luoghi di esecuzione, mentre le milizie serbe fucilavano uomini 8 ore al giorno, con pausa pranzo, mentre gli Scorpioni e le Tigri si riprendevano mentre trucidavano ragazzi poco più che ventenni pensando di essere i nuovi Lazar l’ONU, la più grande organizzazione internazionale al mondo, è rimasta a guardare.
L’ONU è morta. Fra le granate di Sarajevo e sotto i proiettili di Srebrenica.

L’esperienza jugoslava ha messo concretamente in risalto l’inadeguatezza delle procedure decisionali delle Nazioni Unite e i risultati fallimentari delle operazioni di polizia internazionale per pacificare un conflitto, dopo la gestione positiva di alcuni conflitti (Angola, Salvador, Cambogia Mozambico)  e la relativa aspettativa.
Con le guerre degli anni ’90 aumentarono le guerre interne agli stati, etniche, religiose, ed emerse la necessità di un ONU fautore del peace building, promotore delle condizioni che garantiscano la pace attraverso la stabilizzazione socio economica, oltre che del peace keeping, il mero mantenimento della pace.
A portare a questa prematura dipartita una serie di concause: il sacrificio dell’azione multilaterale a favore di quella nazionale in seguito all’incapacità di conciliare le posizioni diverse degli stati membri, con la testa chinata davanti all’intervento esterno USA, la carenza strumenti completi per adempiere a propri compiti istituzionali, l’incapacità di preservare le “Safe Areas”.
Srebrenica, prima del genocidio, faceva parte di queste aree sicure, ma quando i soldati di Milosevič sono entrati in città avviando una delle pulizie etniche peggiori della storia non c’erano abbastanza soldati per evitarla, visto quanti pochi paesi membri ne avevano inviati. E d’altro canto, nella divisione forzosa decisa dalla risoluzione ONU Srebrenica faceva parte dell’area destinata ai Serbi.
Quando nel ’92 si è tentata la riforma di questa imponente organizzazione per spingere il peace building e ridurre lo strapotere Nato, gli Usa, ovviamente, misero il veto. Ma la riforma democratica non fu sostenuta dai governi occidentali in primis. Imbrigliato dalle politiche nazionali dei singoli paesi l’Onu scrisse il proprio fallimento, che portò ad un’azione in Jugoslavia vittima di limiti politici, istituzionali e militari.

E questa morte cerebrale si manifesta ancora oggi, vent’anni dopo: l’8 luglio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la Gran Bretagna ha proposto una risoluzione di condanna del genocidio di Srebrenica. E’ stata respinta, a causa del veto della Russia.  E credetemi, non v’è dubbio sul fatto che quello di Srebrenica sia stato un genocidio: se non bastassero 8000 lapidi ci sono anche due condanne, da due diversi tribunali internazionali per i crimini di guerra. Ancora una volta l’Onu ha fallito, incapace di superare le divisioni interne e di evolvere rinunciando al diritto di veto nel caso di dibattiti sui crimini di guerra.
Dalle ceneri dell’Onu, forse, quello che potrebbe germogliare è un nuovo ruolo dell’UE: spingendo un avvicinamento dei Balcani all’Unione, sviluppando partnership significative, e sostenendo la tangibile richiesta di riforma che proviene dalla base. Anche se il potenziale di aggregazione dei Balcani ha subito una battuta di arresto dopo la crisi economica, il ruolo della società civile continua ad essere cruciale in un panorama di integrazione, e le istituzioni europee, pur con i limiti che ben consociamo, continuano a dimostrarsi più sensibili al passato e al futuro di queste terre così vicine e pure spesso così lontane.
Mentre la mozione all’ONU si arenava infatti, il Parlamento Europeo ha adottato una mozione di ferma condanna per il genocidio, dimostrando un concreto impegno verso la giustizia e contro il negazionismo.

Portatele in Europa dunque, le ossa dell’Onu, affinché possiamo riconoscerle, e da quelle far nascere un nuovo assetto della politica internazionale, in cui la società possa avere successo, laddove le istituzioni hanno fallito.


Per chi l'avesse dimenticato, alcune immagini per ricordare cos'è successo in Bosnia:

Per chi vuole seguire le evoluzioni del processo balcanico:

mercoledì 8 luglio 2015

Orti, attenti, via!

Non sarebbe divertente raccogliere i pomodori e l’insalata per cena nell’aiuola della fermata dell’autobus? O uscire sul balcone per prendere una manciata di basilico fresco per la spaghettata con gli amici a Mezzanotte?

E non sarebbe bello risparmiare sulla spesa al market sotto casa perché le zucchine crescono sul nostro tetto o nell’orto verticale sulla parete vicino all’entrata del condominio?
Lo so che l’immagine fa molto villaggio dei puffi ma in effetti gli orti urbani, i giardini verticali e le aiuole coltivate a patate si stanno diffondendo in molte città del mondo, seguendo movimenti che li vedono come manifestazioni di una nuova economia condivisa o semplicemente i desideri di singoli che vogliono ritrovare il rapporto con la terra un’alimentazione più sana e abbattere i costi sociali oltre che personali della produzione industriale degli alimenti.
Per molti l’orto sta tornando ad essere non solo luogo di produzione di ortaggi freschi, sani e saporiti ma anche una finestra aperta sulla natura e i suoi preziosi insegnamenti. Per alcuni queste esperienze stanno diventando il mezzo per riqualificare spazi urbani abbandonati, per riunire comunità in un’atmosfera di collaborazione, per affrontare le conseguenze della crisi economica sulla produzione e sulle infrastrutture.
Gli orti urbani si stanno diffondendo rapidamente, anche all’interno di grandi metropoli, e anche qui, a Trento dove c’è qualche novità nell’aria: chissà che la nuova rivoluzione non venga portata avanti proprio a colpi di carote, pomodori e piante di lattuga.
da "Concerto Fra gli Orti" a Mezzocorona Ph Liviana Concin

Tutti, ma proprio tutti, possiamo fare parte di questa rivoluzione che è anche un po’ un ritorno alle origini, perché asta piantare qualche seme, in giardino, su davanzale della finestra, sul balcone, nell’aiuola vicino casa, nei cortili delle scuole, nei cantieri abbandonati, nelle carceri.
Perché per iniziare a fare un orto urbano basta mettere in terra qualcosa di pronto a germogliare. Anche quello spicchio d’aglio che sta facendo radici in fondo al nostro frigo o quelle cipolle dimenticate nella dispensa.
Anche perché coltivare qualcosa è un gesto di grande libertà: un ortaggio, un fiore in una pianta aromatica: non dobbiamo niente a nessuno, solo alla terra: non dobbiamo pagare tasse, fare file al supermercato, stare a regole fissate da altre: le uniche regole che vanno seguite sono quelle della natura.
Non per niente infatti attorno agli orti urbani e ai movimenti che coltivano gli spazi abbandonati nelle città si stanno unendo persone con una nuova idea di comunità e di società oltre che id produzione. E’ il caso per esempio delle Transition Town, del commons collaborativo, degli orti  nelle aiuole di Londra, sui tetti di New York, nei cantieri di Milano, nelle fabbriche in rovina di Detroit.
In questa rivoluzione che si fa brandendo una zucchina o un gambo di sedano che sta contagiando tutto il mondo anche Trento fa a sua parte. La fa con i tanti cittadini di tutte le età che coltivano il proprio orticello vicino casa o negli spazi concessi dai comuni, ma anche con progetti inediti, come quello dei Richiedenti Terra, che a Trento, vicino alla fermata del treno di Villazzano hanno messo in piedi un Orto Comunitario che produce cibo genuino ma anche uno scambio di saperi e socialità.
Il progetto nasce con l’obiettivo di favorire la socializzazione attraverso il recupero di attività di agricoltura contadina, che sviluppi nei partecipanti conoscenza del territorio e senso di cittadinanza. La presenza nel gruppo di persone “richiedenti asilo politico” ha dato lo spunto per la definizione del nome del gruppo: “Richiedenti Terra”.

Questa green revolution sta germogliano un po’ ovunque insomma, bastano un pugno di terra, e un seme. Su Wikihow si trovano facilmente informazioni su come coltivare anche con poco tempo e poco spazio una grande varietà di ortaggi.
Per ispirazione segnalo un paio di blog: quello delle transition towns di rob hopkins e il blog “ghost town farm” per scoprire come una ragazza con una manciata di semi stia cambiando la fisionomia di Detroit dopo il fallimento.
Seguite anche i localissimi richiedenti terra, perché oltre che un pezzo di terra possono offrirvi anche un pezzo di torta o uno spritz nei bellissimi eventi che organizzano.


Ancora una volta, anche solo piantando un seme, anche con le bombe di fiori del guerrilla gardening da lanciare negli spazi più grigi delle nostre città possiamo essere parte di un nuovo modo di vivere e concepire la società, e senza accorgercene quasi saremo più green, più collaborativi e vedrete, finiremo anche col divertirci un sacco. 

giovedì 11 giugno 2015

Social Menti Utili

Genialate e idiozie da social network.

Ogni grande rivoluzione tecnologica e sociale è stata preceduta da una grande rivoluzione di comunicazione. Senza i collegamenti transatlantici, il telegrafo, il telefono le rivoluzioni industriali, i boom economici e democratici dell’ultimo secolo e mezzo, perfino le guerre, sarebbero andate diversamente.
Se non avessimo mai visto le foto dai campi di concentramento, la seconda guerra mondiale sarebbe andata nello stesso modo? Magari no, magari vivremmo in un mondo come quello ipotizzato ne “La svastica sul sole” più di 50 anni fa.

Comunicare, condividere non solo è parte del nostro essere animali e umani, ma è un elemento imprescindibile della nostra società e della sua evoluzione.
Ma vi confesso che negli ultimi tempi a giudicare dalle nuove forme di comunicazione mi sto convincendo sempre più che andiamo verso una rivoluzione di idioti, creduloni e fanfaroni.


Vi descrivo la scena che mi ha fatto precipitare definitivamente in questa convinzione:
Interno, giorno, La BisbEtica naviga su Facebook cercando una scusa per non studiare inviando oziosamente inviti ad uno spettacolo di Ascanio Celestini.
Sulla bacheca appare, ben 2 volte, il post del secolo: foto di repertorio di bambini, somali credo, che tendono le braccine scheletriche verso del cibo, con costole a vista e visi disperati, nella cornice nera del post auto prodotto con la frase: Facebook donerà 1 euro per ogni condivisione per sfamare questi poveri bambini.
Millemila condivisioni.
Davvero? Il mio amico Emiliano mi perdonerà se uso la sua parola feticcio ma, davvero?
Davvero ci credete che condividendo una foto, che per altro è del 1991 (quei bambini se sono stati sfamati adesso sono ultratrentenni e altrimenti direi che è troppo tardi), questa fantomatica entità sovrumana chiamata FEISBUC donerà dei soldi a degli imprecisati bambini africani affamati?
Per carità, in Africa i bambini, e gli adulti, che muoiono di fame ci sono ancora, davvero: sono gli stessi che annegano sui barconi che attraversano il Mediterraneo, sono gli stessi che vengono qui a “rubarci il lavoro”, sono proprio lì, su quelle carrette del mare che la Meloni vuole bombardare.
Ci sono bambini che muoiono di fame e malnutrizione anche in Asia, Nel centro e sud America, nell’est Europa, nelle periferie delle grandi città.
Sono lì, non in quella foto.
Credete davvero che i chirurghi aspettino in sala operatoria di vedere salire i like sotto la foto di un bambino ritratto in primo piano con la cannula dell’ossigeno per iniziare a operarlo?

Da questo momento di estrema dimostrazione del fallimento del darwinismo sono partite alcune elucubrazioni: quand’è che l’utilità di questo nuovo e fantasmagorico strumento dell’internet si è trasformata in un megafono per cretini?
C’è qualcosa di molto sbagliato in come si stanno evolvendo le comunicazioni sui social: migliaia di persone che vomitano la loro vita privata in bacheca, anoressiche che postano le foto dei loro pranzi da McDonald’s, Marie Goretti che a mezzanotte letto, coperta, camomilla che hanno la bacheca intasata di foto di cocktailoni in primo piano, personaggi incapaci di distinguere la congiunzione disgiuntiva “o” dalla voce del verbo avere “ho” che pontificano sull’italianità, centinaia di foto identiche di gente che corre mentre gli spruzzano addosso del colore.
Il problema, vero, è che io di queste cose ne parli e ne scriva. Che veda più spesso i post che ci mettono in guardia dalle arance infettate col virus HIV che vengono dalla Libia, le Bufaline, che quelli che mettono in guardia sul surriscaldamento globale, dicesi signor Reale.
Che abbia la bacheca intasata da re-post di Salvini, nonostante il mio minuzioso e continuo lavoro di pulizia della friends list, più che da quelli di Gino Strada.
A dire il vero il dramma è che io, come tutti voi, per comunicare usi termini come post, re post, like, e friends list.
Mi fa rabbia che il tempo, tantissimo, che passiamo sui social network, si riempia di bufale colossali pompate da inguaribili creduloni, su morti di personaggi più o meno famosi, sull’UE che vieta di coltivare l’orto in casa, sulle scie chimiche, che le notizie non servano per tenere informata la società ma siano impostate ad arte per scatenare i leoni da tastiera in centinaia di commenti aggressivi, sgrammaticati, inutili.

Avete la soluzione per tutto? Per l’immigrazione, per la crisi, per le aggressioni dell’orso, per i matrimoni gay, per curare il cancro con il bicarbonato?
Datevi da fare, entrate in politica, aprite una clinica di cure a base di cremine antiage che tolgono 90 anni di rughe in 90 secondi, polverine per dimagrire, frullati di proteine per scolpire, e mi raccomando, tutto questo continuando a dire che omeopatia e fitoterapia sono “robe da coglioni”.

Mentre mi stavo slogando Atlante e Epistrofeo a forza di scuotere la testa in segno di disgusto però, forse per il movimento della mia materia grigia in tutto quello spazio vuoto, ho avuto la vera illuminazione.
Non dovrei essere lì, a leggere le bufale, a deprimermi per il QI medio dei miei connazionali, ad augurare iettature a certi idioti.
Perché questi strumenti, internet, social, e quant’altro, sono sì i grandi veicoli della rivoluzione del nostro tempo, ma sono pilotati, male, e con i soliti sistemi, tutt’altro che rivoluzionari.
La “gratuità” delle ricerche su Google, dei nostri diari su Facebook, delle nostre belle foto su Instagram la paghiamo con le nostre informazioni, e spesso con la nostra libertà.

Credete davvero che la visibilità di eventi, personaggi, notizie, dipenda dal loro valore? Col cavolo. Dipende da un misterioso algoritmo che sostanzialmente funziona in un modo solo: paga, e fa ciò che vuoi.
Bello questo concerto con 8000 partecipanti: paga e fa ciò che vuoi.
Interessante questo post con 1500 like: paga e fa ciò che vuoi.
Che seguito questo personaggio, 30.000 follower: paga, e fa ciò che vuoi.
E questo meccanismo contagia, giornali, radio, televisione, siti di informazione.
E allora che ci faccio qui, su un blog a scrivere un post che finirà poi su un social network?
Perché credo che siano le persone a decidere come usare le cose, e non il contrario.
Questi strumenti, che sono solo questo, strumenti, come una forchetta, un’accetta, una pala, possono essere usati nel male, o nel bene. Sono io che decido se usare la forchetta per papparmi una fiorentina o un’insalata, non è la forchetta che è vegetariana, sono io che decido se usare l’accetta per uccidere mia moglie e la pala per far sparire il corpo, o di farne strumenti per costruire la casetta sull’albero dei miei figli.
Sono io che posso decidere di usare internet, i social network , questo potentissimo strumento per fare informazione vera invece che per diffonder bufale, per creare una rete di economia collaborativa invece che un network marketing, di usare Youtube per condividere conoscenza a livello globale con i MOOC invece che per guardare i video di Andrea Diprè.

E’ l’era del digito ergo sum, e allora possiamo scegliere di essere quelli che scommettono sui pro di questo strumento, invece che sulle sue, innumerevoli, pecche e strumentalizzazioni.
Alcune belle cose che possiamo fare con questi strumenti, diversamente da dieci anni fa: finanziare, davvero sta volta, progetti ecampagne con il crowdfunding, regalare e ricevere in regalo, condividere, prestare, vestiti, case,  macchine, viaggi, vacanze,  cibo nelle piattaforme di sharing economy e commons collaborativo, informarci, seriamente, su quello che accade dall’atra parte del mondo come se succedesse nel cortile di casa e interrogassimo la nostra vicina impicciona. Lanciare e sostenere campagne chespostano opinioni, e a volte salvano vite.
Accendiamo il cervello prima che lo smartphone la mattina, la coscienza prima dello schermo del computer.
Perché una rivoluzione la fanno le persone che la vogliono, non gli strumenti che la veicolano.


Ah, e se ve lo state chiedendo, sì, è proprio di voi che stavo parlando.

mercoledì 3 giugno 2015

Meravigliosa fatica

Fatica.

Fino a qualche anno fa la prima parola che mi veniva in mente quando guardavo uno spettacolo teatrale, una performance, un balletto, era bellezza. Ora quando guardo un attore su un palco, una ballerina sulle punte, un circense sul filo penso “Fatica”.

Dopo tante esperienze da spettatrice e qualche sporadica da protagonista vedo quanta fatica, quanto amore, quanto sforzo, quanto impegno, quanta dedizione si nascondono dietro quell’unico gesto perfetto, dietro il tono giusto con cui lanciare quella frase nella platea, dietro il balzo armonioso di una ballerina.
Non solo i muscoli che si contraggono, la concentrazione fra le pieghe del volto, il sudore che cola sulle fronti, vedo lo sforzo che sta dietro, dietro al sipario, dietro agli applausi, ai costumi di scena al respiro profondo prima del balzo.

Gli anni per imparare un passo, i mesi per trovare il risuonatore giusto con cui dire una battuta, i giorni passati a riprovare un numero, una nota, le domeniche investite per trovare l’energia perfetta per raccontare la storia.


Vedo la dedizione di chi compie lo sforzo ulteriore di unire all’amore per l’arte quello per il messaggio, l’ardore negli animi di chi mette in scena uno spettacolo di teatro civile, fra le note di un musicista che racconta una storia. Riesco a scorgere quanto si possa essere nudi e soli dietro a una maschera di fronte ad una platea gremita.

E’ in questa fatica che vedo la bellezza. La percepisco ogni volta che una battuta colpisce uno spettatore aprendo per un secondo uno spiraglio sull’immenso lavoro che c’è dietro, al momento in scena, alla mezz’ora sul palco, sento la purezza del lavoro dell’artista quando una nota si fonde a una parola e a un movimento per diventare qualcosa di molto più grande: una scintilla di universo.

Da questa fatica, da questa bellissima fatica, mi lascio travolgere quando sono spettatrice, quando di fronte a me c’è chi mette in gioco se stesso non per gloria, non per fama: perché non potrebbe fare altrimenti.
E’ questa, questa la bellezza che salverà il mondo di cui parlava Dostoevskij, la bellezza dello sforzo di dar vita a amori, orrori, ideali, avventure, magie, microcosmi e universi, di fare della propria carne la carne del mondo.

Lì c’è verità, lì c’è bellezza. Premiamo questa fatica, ogni volta che possiamo.
Anche perché, c’è tutta un’altra fatica, ancora più invisibile: quella di chi si impegna perché tutta questa bellezza arrivi a portata di mano, e di cuore, per ognuno di noi.

Qui, vicino a casa mia, fra Mezzolombardo, San Michele e Mezzocorona, sta per iniziare un festival, Solstizio d’Estate, che da 25 anni porta musica, teatro e danza in paesi da poche migliaia di abitanti. E’ il risultato di mesi di lavoro, di volontari, di giovani, che credono che valga la pena perdere, serate, notti, settimane d’estate per potare in scena chi racconta storie. Che credono che questa bellezza meriti tutte le loro energie, anche se in platea dovesse esserci un solo spettatore ad applaudire per quella splendida fatica.

Orti urbani, bombe atomiche, circhi, giardinieri nomadi, reginette di bellezza, orrori, stupori, suicidi, germogli, coltivatori di alberi secchi, pescatori di anime, cantastorie d’estate, amore, disamore, violenza, coscienza, sentimenti, dialoghi, pentimenti, nani, ballerine, fantasmi, fenomeni da baraccone, pianoforti, chitarre, voci, spartiti, copioni, attori, musicisti, cantanti… storie.
Quanta fatica ci vuole per farli stare tutti su un palcoscenico lungo più di un mese?
Tantissima, per fortuna, perché la fatica è bellissima da vedere.

E se credete, come me, che la bellezza salverà il mondo, venite a vedere cosa c’è dietro questo sipario, allora.
21.30.

Mezzocorona.


mercoledì 13 maggio 2015

Che succede in Mecedonia?

O meglio, sapete che sta succedendo qualcosa di molto preoccupante ai confini dell’Europa?

La notizia è passata in sordina nei giorni scorsi, e quando è arrivata è stata condita con un’accozzaglia di luoghi comuni e manifestazioni di cattivo giornalismo all’italiana. 
Forse, se vi siete proprio proprio voluti informare avrete letto qualcosa del genere: “Macedonia, scontri con gruppi armati al confine con il Kosovo: almeno 5 morti. Forze speciali macedoni assediano un quartiere musulmano di Kumanovo, al Nord del Paese. Le autorità: conflitto con "un gruppo armato arrivato da un paese vicino, ci sono 5 poliziotti morti e 30 feriti. Possibili vittime anche nei commando".

Probabilmente la notizia sarà finita nel dimenticatoio del nostro cervello dove accatastiamo tutti gli attentati, le stragi, i drammi legati al terrorismo fuori dai confini occidentali.  Ma la storia in Macedonia, non è del tutto chiara.
Innanzitutto due delucidazioni sul Paese dell’Est Europa: è uno stato della penisola balcanica incastrato fra Albania, Grecia, Kosovo, Serbia e Bulgaria. Non è riconosciuta formalmente come Repubblica di Macedonia ma solo come Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia a causa della disputa sul nome avviata dai vicini Greci, che temono che lo Stato confinante avanzi pretese tese a ristabilire i confini della Macedonia Storica, che comprende anche una regione nel nord della Grecia.
Oltre alla disputa con la Grecia, la situazione in Macedonia è delicata per la presenza di oltre un 20% di cittadini di etnia albanese, con la lingua albanese riconosciuta come ufficiale dove quest’etnia rappresenti più del 20% della popolazione.
Circa il 64% dei macedoni sono ortodossi, albanesi, turchi e rom sono per lo più musulmani.

Questi tre elementi sono sa tenere presenti perché al contrario di come se ne è parlato, e come temo se ne tornerà a parlare, quello che sta succedendo in Macedonia non è una crisi di origine etnica, tantomeno religiosa.

Negli ultimi mesi migliaia di sostenitori dell’opposizione socialdemocratica hanno iniziato a contestare aspramente il governo. L’esecutivo del premier Nikola Gruevski è accusato di aver insabbiato l’omicidio di un ragazzo, Martin Neskovski, ucciso da un poliziotto nel 2011. Inoltre, secondo l’opposizione, Gruevski  avrebbe messo in piedi un sistema di intercettazioni illegali nei confronti di politici, leader dell’opposizione, giornalisti, imprenditori, leader religiosi e magistrati. Quasi 20.000 persone.
Sabato 9 maggio i militari governativi Macedoni sono entrati a Kumanovo, una città al confine con Serbia e Kosovo, con mezzi blindati e artiglieria, per catturare, ufficialmente, un gruppo di “ribelli” che avrebbe attaccato un posto di polizia. Negli scontri sono morte 25 persone, far cui 6 poliziotti. L’esecutivo ha calcato la mano sulla forte componente etnica in questo scontro, i “ribelli” erano albanesi. Agitare lo spettro della guerra civile è un tentativo disperato di spaccare il fronte della protesta, ma nei fatti le manifestazioni in corso a Skopje, nella capitale, vedono unite le due comunità, la maggioranza slavo-macedone la popolazione di etnia albanese. 

Un tentativo di Divide ed impera? Un piano di strumentalizzazione di un atto violento non nuovo nella sfera balcanica? Mentre opposizione e maggioranza si rimpallano le responsabilità, sotto la superficie potrebbe nascondersi un’eventualità ancora più preoccupante…
Nel territorio macedone sta per partire la costruzione di un nuovo gasdotto, una continuazione del condotto “South Stream” che dalla Russia porterebbe gas naturale a prezzo più basso in Grecia, e quindi in Europa. E qui, non solo tabloid e complottisti ma anche alcuni fra i più autorevoli quotidiani dell’Est Europa, ravvisano uno di quei tentativi di alzare un polverone da gettare negli occhi del pubblico tanto caro a una certo Stato del mondo. A un certo Stato che in tante crisi ha messo uno zampino che si chiama Cia.
Potrebbero essere solo supposizioni, ma un po’ di puzza di bruciato, anzi, di metano, si sente eccome.
Nel frattempo due dei ministri del governo Guevski si sono dimessi, assieme al capo dei servizi segreti, Miajalkov, accusato di avere rapporti con la banda criminale albanese al centro del disastroso intervento a Kumanovo, ma il rimpasto sa di lavoro di facciata, una mano di fondotinta su un volto in putrefazione.
Il banco di prova della società civile del #protestiram sarà il prossimo 17 maggio, con la manifestazione antigovernativa prevista nella capitale, e con i suoi esiti.

Spero di sbagliarmi, ma credo che ci sarà qualcosa di cui parlare. Spero di sbagliarmi, ma credo che comunque difficilmente se ne parlerà.
#EyesOnMacedonia: restiamo a concentrati, o potremmo trovarci a restare a guardare, ancora una volta, lo scoppio di una crisi nei Balcani.

Per seguire gli sviluppi: La BisbEtika, e  East Journal.

martedì 21 aprile 2015

Abitare l'ambiguità

Mauro Cereghini è il terzo intervistato eccellente di “operazione cooperazione”. Discutere con lui di sviluppo e cooperazione internazionale è stata una fonte di spunti e riflessione che sono felice di condividere con voi. Per esempio, a cosa pensate se leggete di “animatori di comunità”? Se pensate ad un villaggio turistico e al karaoke questa intervista vi interesserà. 

Cereghini attivista, ricercatore e formatore sui temi della mediazione e della cooperazione internazionale, in particolare nell’area balcanica, ha lavorato all’Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace di Rovereto e alla Fondazione Alexander Langer di Bolzano, è stato direttore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso e della Cooperativa Unimondo. Attualmente è presidente del Centro per laFormazione alla Solidarietà Internazionale di Trento, organizzazione impegnata a migliorare la conoscenza e le abilità di chi è coinvolto nella cooperazione internazionale.
Cooperazione sviluppo e solidarietà, cosa significano?
Le parole sono importanti, è giusto fare attenzione, ma a volte sono un gioco e bisogna capire cosa si intende. In campo internazionale cooperazione internazionale e solidarietà internazionale sono sinonimi, che intendono una serie di cose. Tradizionalmente la cooperazione internazionale riguardava il rapporto con un altrove: politiche economiche, sanitarie, ambientali, e allo sviluppo. Si intendeva quella parte legata alle politiche del cosiddetto sviluppo. Per l’ambiguità si è cominciato a parlare di solidarietà per intendere la cooperazione no profit. In generale poi, se si parla di solidarietà come aiuto, io lo trovo un termine un po’ superato. Ci sono tentativi di riformulare il concetto, come interscambio fra realtà diversamente ricche, in una logica di interscambio più che di trasferimento.
Dal su punto di vista i progetti nati da realtà locali dei paesi in via di sviluppo, hanno maggiori possibilità di successo della cooperazione che “viene da fuori”?


Bisogna distinguere l’intervento di emergenza e la cooperazione continuativa. Nel primo caso l’aiuto esterno è vitale, ma il cambiamento in una prospettiva continuativa non possono che farlo attori locali, con risorse locali, che possono essere incentivate anche da fattori esterni. Posto che non sono un purista del “solo loro possono”: ogni comunità ha le proprie problematiche e malfattori. Soprattutto in un mondo attuale lì e qui sfumano. Si può benissimo avere un attore locale eterodiretto che è la risorsa del progetto, così come un attore esterno che può avere competenze utili. Sfumerei questo confine.  Non esiste l’idea di trasportare il cambiamento.
Chi sono dunque e che scopo nel lavoro dei cooperanti?
Esistono operatori umanitari (sul campo), cooperanti e tecnici, più presenti nell'immaginario così come ad esempio la figura del missionario. Tutte hanno delle peculiarità e le rispetto, il testimone e il professionista: hanno comunque caratteristiche positive e negative. Credo che una figura interessante da sviluppare sia quella degli “animatori di comunità”, di reti di interscambio, per così dire: persone e realtà che sappiano essere trasformatori sociali là e qui. Se una persona non si integra nelle dinamiche di cambiamento sociale di Trento difficilmente sarà in grado di farlo a Quito. Mi interessa ad esempio chi si lavora nel commercio equo e solidale internazionale e si impegna a conoscere i produttori con trasferte nei luoghi dove lavorano pur tenendo aperta la propria bottega, magari, a Trento. 
Si può fare cooperazione internazionale anche stando a casa propria quindi? 
Ci si deve muovere. E’ necessario per lavorare in questo settore. Ma bisogna restare legati a un luogo. Anche costruire relazioni di interscambio è cooperazione, quindi anche stare “a casa propria” può essere un modo per fare cooperazione in un certo senso. Magari tentando prima di scoprire quali parti di casa nostra sono già occupate dal mondo, cercando poi di costruire  uno scambio positivo con le risorse del proprio territorio e di quello altrui.

Molti fra quelli che lavorano in questo campo, affermano che la cooperazione non funziona quando tutto è regalato. C’è una cooperazione che funziona meglio di un’altra?
Se non siamo in situazioni di emergenza, quando solo l’aiuto concreto ed immediato salva. Sto parlando di emergenze vere, calamità e guerre, non emergenze come “l’emergenza immigrazione” che non lo è. Ma se usciamo dall’emergenza stretta è vero, gli aiuti uccidono, se intesi come solo donazione. Sono nocivi perché sono unilaterali: è indispensabile un legame che dia potere e responsabilità, di scelta di coinvolgimento, ad entrambe le parti. Il solo dono mantiene il potere in chi lo concede. Si crea dipendenza, superiorità, invasività.
Una cooperazione allo sviluppo che funziona dovrebbe mirare a rendere obsoleta se stessa. Stiamo andando in questa direzione?

La valutazione è diversa da Paese a Paese. Prima ancora che pensare alla dimensione materiale della cooperazione come succede in molte realtà, vorrei che si prestasse attenzione alle valutazioni. Che ci fossero pensieri prima di azioni e di soldi, pensieri di cambiamento. La cooperazione ha fatto la propria crescita culturale, per lo meno dichiara l’interesse per la partnership e l’ownership locale. Lo scarto fra il dire e il fare c’è. Io vedo contemporaneamente mondi fermi che ripetono l’uguale, che nominano ancora i paesi in via di sviluppo, nord e sud del mondo, e vedo approcci più legati alla realtà e ai dati di fatto. La direzione principale è quella dall’internazionalizzazione come si vede dal cambio di posizione di Brasile,  India e Cina, ad esempio.

E’ possibile spingere uno sviluppo che sia sostenibile? O al momento conta più spingere l’uscita dalle crisi umanitarie e sociali?

Intanto bisogna capire dov’è il perno della sostenibilità, capire l’equilibrio fra sostenibilità ambientale, sociale e culturale. Non ci sono progetti sostenibili o insostenibili tout court. Detto questo, certo bisogna assumere un’ottica di lungo periodo. In passato ci sono stati enormi esempi di progetti che per sostenere un aspetto ne hanno affossato un altro. In generale più che di ricette o di modelli trasferibili bisogna parlare di scoperte, riscoperte e unicità, territoriali e culturali. La chiave dello sviluppo resta ambigua, perché trasformazione significa inevitabilmente acquisire qualcosa e perdere altro. Ovvio che gli spot di sostenibilità, i marchi fair trade, equo e sostenibile, possono essere ormai inseriti in qualsiasi tipo di progetto. Bisogna vedere se è reale l’impegno. Sapendo che non c’è bianco o nero. Il commercio equo e solidale lo è? Siamo in un mondo di contraddizioni, la purezza, per fortuna, non esiste. Bisogna saper abitare l’ambiguità. Non si tratta di risolvere un’equazione già scritta ma di avviare progetti, di avvicinarsi all’equilibrio. In questo senso il cooperante non può essere il singolo, perché ci si deve confrontare con una realtà nel suo complesso: a volte è più importante il pensare a cosa si fa che il farlo. Bisogna creare una comunità di pensiero che si incontra, perché nessuno ha le ricette, e chi pensa di avere le ricette, mente.

venerdì 17 aprile 2015

Il caro prezzo.

Oggi ho deciso di trasformarmi nell’Iva Zanicchi d’antan è lanciare una nuova serie di “Ok il prezzo è giusto”. Vorrei chiedermi, e chiedervi, se davvero sappiamo quanto costano gli aggetti, le esperienze e i servizi che acquistiamo. 

Ad esempio, in linea di massima, le brave massaie e gli studenti fuori sede più degli altri, sappiamo tutti il prezzo di un kilo di pasta, di un litro di latte, di un kilo di macinato di manzo, di una pianta di lattuga. La situazione è già più complicata se ci chiediamo: quanto costa un paio di scarpe? Una crema per il viso? Un paio di Jeans? Un automobile? La risposta non è più così semplice…. Parliamo di scarpe di alta moda in pelle di pitone albino o di un paio di flip flop dei grandi magazzini? Di una Ferrari o di un macinino da 50 cavalli? Senza stare a disquisire sugli elementi che contribuiscono a determinare il prezzo di un bene, i materiali, la pubblicità, il trasporto e via dicendo, è bene sapere che ciò che determina il prezzo di un prodotto è l’equilibrio tra domanda e offerta.
Questo significa che se un jeans viene venduto a 20 euro e un pantalone dello stesso materiale di una nota Maison di moda viene venduto a 800 e perché chiediamo di spendere 800 euro per un capo di vestiario. Non c’è dubbio che il jeans di sartoria sia realizzato con materiali di maggiore qualità, magari in Italia e quant'altro, ma questo non giustifica un prezzo 40 volte superiore al suo omologo. E’ il consumismo, bellezza.
 Il problema, la spina nel fianco che mi tiene scomoda rispetto a questo meccanismo è che, in effetti, nessuno di noi ha idea di quale sia il reale costo di ciò che compriamo.  Ogni chilo di pasta, di carne e di verdura, ogni paio di scarpe, ogni automobile oltre al prezzo sul cartellino ha un costo sommerso, in termini di esternalità negative.
 Queste esternalità non sono altro che le conseguenze derivanti da una certa attività, produttiva in questo caso, che pesano in termini monetari o di sacrifici, sull’intera comunità, e non sui produttori. Un esempio: la produzione di un pallone da calcio costa, mettiamo, 1. Il produttore cercherà tutti i modi per abbassare il costo di produzione, dislocando l’azienda dove il costo del lavoro è minore o le regole per il rispetto dell’ambiente sono meno rigide. Probabilmente riuscirà ad abbassare il costo a 0,5. Noi, che fino a ieri compravamo il pallone a 4 magari lo potremo comprare a 2, o comprarne 2 al prezzo di uno!
Abbiamo risparmiato? NO.
Per produrre quel pallone da calcio hanno inquinato un fiume con le scorie, avvelenato i lavoratori con le sostanze chimiche, abbattuto un pezzo di foresta pluviale per installare la fabbrica. Questi costi, sia in termini monetari, gestioni delle conseguenze ambientali da parte degli Stati, aiuti allo sviluppo per sostenere i lavoratori, che di rinunce, non avremo più la possibilità di bere da quel fiume o respirare l’ossigeno prodotto da quella foresta, vengono pagati da ogni individuo. Se potessero ricadere sul produttore magari improvvisamente il pallone costerebbe 6. Il che non sarebbe necessariamente un dramma. Prima di tutto perché sarebbe uno stimolo per la società civile a chiedere una produzione sostenibile, la produzione intensiva non lo è in maniera esponenziale, in secondo luogo perché ci farebbe capire che non ci servono 2,3,4,5 o 6 palloni.
Il disboscamento nella foresta di Willamette, Oregon.

Non ci serve mangiare carne tutti i giorni, se per produrre ogni etto di carne vengono abbattuti sei metri quadri di foresta pluviale con i 75kg di forme di vita che contengono. Non ci serve una macchina a persona in una famiglia. Non ci serve il nuovo deodorante che fa le ascelle glitterate, o l'idromassaggio a ozono per cani. Non ci serve cambiare telefono ogni 3 mesi. Credetemi, non ci serve. Non ci serve prendere un antibiotico per il mal di gola, non ci serve.  Il “benessere” che ormai associamo all’avere tutto, e più, e in avanzo, dal mio punto di vista, è tutta un’altra cosa. Io sto bene quando sento che quello che compro è necessario, quando scelgo un prodotto più etico e meno impattante, quando sono in grado di fare delle rinunce, perché il mio “benessere” è la speranza di non mandare le prossime generazioni a sbranarsi a vicenda per acqua, cibo e aria. Il dramma, è che mentre nell’Occidente bulimico qualcosa si sta muovendo nella direzione della decrescita e della sostenibilità, ebbene sì ci sono sempre più persone che vivono senza macchina, senza sprechi e addirittura senza soldi, l’industria continua a creare bisogni. E purtroppo, sta allargando questo modello anche alle economie emergenti e ai nuovi giganti. Ci sono sempre più realtà che hanno concentrato sulle zone povere e in via di sviluppo il proprio impegno per creare bisogni.
Coca Cola ha creato il kit per trasformare le bottiglie di plastica in annaffiatoi, giocattoli e porta spazzolini. Lo regala con ogni bottiglia in qualche (non si capisce quale) Paese del "terzo mondo". Bene. Bravi. Ma a loro, come a noi, non serve la coca cola, né la bottiglia di plastica. Ai bambini guatemaltechi non serve essere nutriti a bibite gasate e patatine, quando le loro famiglie non riescono a comprare riso e fagioli per evitare che muoiano di malnutrizione. Alle donne colombiane non serve un kit di creme “antirughe” da 500 dollari, perché ogni 2 minuti muore una donna di parto, e la gran parte del paese vive con meno di 4 dollari al giorno nel mezzo di una guerra civile che dura da decenni e ha fatto 270.000 morti.
Eppure, lì e altrove le multinazionali stanno esportando pubblicità, catene di negozi e vendite piramidali. Eppure ci stanno riuscendo a convincere le donne indiane che a loro serve la borsetta firmata, le famiglie che vivono negli immondezzai che la tv satellitare è necessaria. A dire il vero sono anni che questa subdola infiltrazione va avanti: La Nestlè è stata chiamata in causa perché in sud e centro America, in alcune zone dell’Africa e dell’India ha spinto così tanto, attraverso campioni gratuiti e spot, il consumo del latte artificiale che la mortalità infantile ha subito un aumento, poiché le donne non allattavano più al seno.
Il benessere, lì, come qui, è un’illusione, una bugia, un tira e molla con la parte più fragile dell’animo umano.
 Finchè non capiremo questo saranno inutili le campagne contro i big della moda che sfruttano i lavoratori in India, contro i produttori di carne che disboscano l’Amazzonia, le multinazionali, le case farmaceutiche, perfino i mercanti d’armi. Quelle sono solo le parti superiori di un castello di carte, alla cui base ci siamo noi e i bisogni che ci hanno convinti di avere. E’ per questo che dobbiamo comprendere prima di ogni altra cosa il vero costo di ciò che compriamo. E’ per questo che dobbiamo allargare la visione alle conseguenze e spingere la nostra evoluzione empatica, sociale, culturale e spirituale verso la consapevolezza. La consapevolezza che per permettere ad alcuni di avere troppo, più che troppo, la maggior parte non ha niente oltre la disperazione. La consapevolezza che se il piano funzionerà, se tutto il mondo comincerà a consumare come noi, il sistema imploderà. Addio macchine, addio jeans da 800 euro, addio creme e cremine, benvenuto medioevo.
La consapevolezza che l’essere è quello a cui dovremmo aspirare, più che all’avere, che la vera ricchezza sta nell’equilibrio, fra natura e uomo, fra fame o obesità, nell’empatia, nella felicità, nella coesione, nella pace. La ricchezza c’è, si tratta di mobilitarla. Io sto cercando di arricchirmi, e voi?