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lunedì 18 novembre 2013
venerdì 25 ottobre 2013
Midollo osseo: quando salvare una vita costa troppo e non vale abbastanza
La generosità a volte non basta. Gli aspiranti donatori di ADMO sono bloccati da più di un anno: i test costano troppo e intanto le banche dati si svuotano.
In Trentino, nella nostra isola felice
in cui tutto funziona, la mala sanità viaggia su una altro livello.
Lungaggini burocratiche,L'Aziende
Sanitaria in altre faccende affaccendata, fondi regionali carenti
hanno bloccato da oltre un anno i prelievi di sangue necessari per
inserire i potenziali donatori di midollo osseo nel database
internazionale che permette ai malati di leucemia,tumori e anemia di
aumentare le possibilità di un trapianto.
Lo confermano, a bocca storta,
dall'APSS di Trento,più convinti dalla sede centrale di ADMO e dalla presidenza di ADMO Trentino, ma
lo confermano soprattutto gli aspiranti donatori che aspettano,alcuni
dal 2010, di poter effettuare il test di tipizzazione, ovvero di
mappatura genetica, necessario per entrare a far parte della banca
dati.
Sono oltre 650, solo in Trentino.
Mille secondo i dati ADMO in Lombardia,
altrettanti in Piemonte.
Il numero a livello nazionale
ammonterebbe a diverse migliaia.
Non è solo un problema locale dunque,
ma da qualche parte il bubbone doveva scoppiare. E il caso ha voluto
che proprio in Trentino un aspirante donatore, avvisato dalla
segreteria ADMO che purtroppo per effettuare il prelievo potrebbe
passare più di una anno (un altro), ha voluto raccontare la sua
storia.
“In trentino abbiamo quasi 300
donatori all'anno, e abbiamo i volontari più giovani d'Italia- ha
raccontato la vice presidente ADMO Trentino Ivana Lorenzini- eppure
siamo costretti a farli attendere,ancora e ancora, e io sono
veramente costernata, dispiaciuta e amareggiata, stufa di ricevere
lettere e e mail di volontari che lamentano questo disagio.”
E' una questione di soldi, ancora una
volta. Le strutture nei laboratori trentini ci sono, quello che manca
è la voglia di investire (e questa è una scelta che sta ad ogni
regione)nei nuovi tipi di test.
“ La legge europea recepita a livello
nazionale impone un'analisi in alta definizione, molto costosa
specialmente per le piccole realtà- ha spiegato ancora Ivana
Lorenzini- ora è necessario valutare tutti e quattro i livelli di
compatibilità, non più solo i primi due. Come associazione non
abbiamo i fondi per pagarli di tasca nostra,e i contributi regionali
non arrivano. Dall'APSS dicono che stanno lavorando, ma evidentemente
non a questo. Abbiamo donatori fermi dal 2010.”
A mettere i bastoni fra le ruote
all'importantissimo lavoro di ADMO ci pensano tanti fattori, nuove
norme, borse di studio che finiscono, fondi che calano.
Tanti cittadini privati contribuiscono
con donazioni, con il 5 per mille, ma spesso proprio dalle
amministrazioni manca il sostegno necessario e intanto la lista dei
malati in attesa di midollo si allunga.
Oggi una nuova “tavola rotonda” fra
APSS e ADMO potrebbe sbloccare questa situazione, decidendo se
mandare i campioni di sangue fuori regione, per effettuare i test in
centri più grandi, o se finalmente investire per realizzarli in loco. Per i potenziali donatori comunque, ci vorrà almeno un
altro anno per uscire da questo limbo.
Per un malato di leucemia, o di altre
malattie potenzialmente curabili con le cellule staminali contenute
nel midollo osseo la probabilità di trovare un donatore compatibile
è molto bassa, una su 100.000 fuori dal nucleo famigliare.
Per questo è vitale che nelle 51
banche dati internazionali ci siano più potenziali donatori
possibili.
E se qualcuno delle migliaia di
aspiranti donatori trentini e italiani che da anni aspettano di
essere inseriti nelle liste fosse proprio quell'uno su 100.000?
E se qualcuno fra “color che son
sospesi” in questi anni di languire burocratico, avesse potuto
salvare una vita?
Non c'è modo di saperlo, ma è
necessario che associazioni,aziende sanitarie e Regioni si impegnino
per risolvere questa situazione drammatica.
Penso se ad essere malato fosse mio
figlio,mia madre, mio fratello.
Nella ricerca disperata di un donatore,
potrei accontentarmi degli “E se...?”.
mercoledì 21 agosto 2013
Una società che è la fine del mondo.
Altro che fine del calendario maya, ecco come la razza umana
si estinguerà.
Che l’armageddon sia uno dei temi preferiti all’interno
nella nostra cultura non si piò negare. Abbiamo sentito innumerevoli, profezie,
pronostici e dibattiti. Visto migliaia di film, decine di documentari
immaginato centinaia di mondi apocalittici e post apocalittici. Ma a spazzare via
il genere umano dal globo molto probabilmente non sarà né un virus letale, né
il riposizionamento dei poli magnetici, né un asteroide, né un attacco di
cavallette intergalattiche né un’apocalisse di zombie (peccato, a quella ero
già pronta).
In una realtà tristemente molto più semplice la fossa ce la stiamo scavando da soli. Il 20
agosto è stato l’ ”Earth overshoot day” del 2013, che non è il nome di una festa
trasgressiva in un locale di Amsterdam, ma il giorno in cui secondo il GlobalFootprint Network abbiamo iniziato a consumare più risorse di quante ne
disponga il pianeta terra.
Questa data si ottiene confrontando le risorse terrestri con
il consumo che ne viene fatto all’interno di un’equazione: capacità biologica mondiale/consumo ecologico mondiale moltiplicato per
365. La data che si ricava è approssimativa, ma in situazione di parità
dovrebbe risultare un rapporto 1:1, che significherebbe che consumiamo il
100%di ciò che la Terra mette a disposizione senza andare in debito.
Quest’anno però il rapporto si è spostato verso l’ 1:1,5,
fissando l’Overshoot Day ad agosto, il che significa che stiamo consumando un
pianeta e mezzo di risorse all’anno. Di
questo passo, nel 2050 avremo bisogno di
due Terra per offrire abbastanza acqua, aria e cibo all’intera popolazione
mondiale.
Lo scenario, è degno dei più catastrofici kolossal
hollywoodiani: i cambiamenti climatici già percepibili aumenteranno
esponenzialmente con conseguente desertificazione di aree sempre più vaste, la
stragrande maggioranza delle specie animali si estinguerà, le verdi foreste
pluviali saranno un lontano ricordo, così come la società che conosciamo. L’impoverimento
del pianeta farà schizzare alle stelle i prezzi delle materie di prima
necessità, si finirà con l’uccidersi a vicenda per acqua, cibo ed aria. Le conseguenze,
guerra, fame, malattia e morte, galoppano verso di noi più velocemente del
previsto.
I mercati emergenti, Cina in testa, sono i responsabili
principali del saldo in negativo del conto con la Terra, ma a guardare bene l’intero
pianeta è corresponsabile: la Tigre Asiatica produrrà pure il 75% dell’anidride
carbonica totale, ma il 30% di questa è causata dalla produzione di prodotti
per l’esportazione. Complessivamente, l’80% della popolazione mondiale vive in stati
che consumano più di quanto il loro territorio sia in grado di produrre.
Questo è il prezzo del benessere: meglio stanziare, come ha
fatto un potente industriale sudafricano, centinaia di milioni di dollari per
la colonizzazione di Marte continuando a spremere a morte il nostro pianeta,
piuttosto che rinunciare alla seconda macchina per famiglia, alla bistecca
tutti i giorni, ai viaggi low-cost.
E’ davvero questo quello che la nostra grande razza umana,
con la sua tecnologia, il suo intelletto, la sua cultura, è in grado di fare?
Spostarci di zona fertile in zona fertile prosciugandola fino a quando nulla
resterà? Parafrasando un grande film sulla fine del mondo “c’è solo una forma
di vita che si comporta così, una sola. I batteri.”
Forse, a salvare la Terra sarà la Terra stessa, comportandosi
come un organismo con un’infezione estesa e trovando una via per sopprimere la “piaga
umanità”. Forse ci consumeremo lentamente, mentre i più ricchi migrano verso
mondi lontani guardando i nostri figli morire di fame, di sete, o senza aria.
Una cosa è certa, non sarà rapido come un’esplosione
atomica, come l’impatto con un meteorite, e non sarà indolore. Non basterà
barricarsi in un centro commerciale
armati fino ai denti, nascondersi in cantina con le provviste, aspettare che l’eroe
di turno trovi una cura per il virus letale.
Qui, l’unico eroe che può fare la differenza è ognuno di
noi, imparando a consumare ciò che ci è concesso, non ciò che ci spetta perché siamo
anti in questo emisfero. Imparando che l’equità e l’uguaglianza sono due cose
diverse, che “decrescita” è una parola facile da dire quanto “crescita”.
Per il resto, siamo solo un puntino nell’universo, e
nessun angelo dalla spada guizzante verrà a salvarci dal destino che ci siamo
meritati, giorno dopo giorno.
mercoledì 31 luglio 2013
Corrotti d'Italia: se berlusconi è colpevole chi sono gli innocenti?
Considerazioni e mugugni attorno all'illusione della condanna a Silvio.
Mi sono fatta prendere anch'io dalla
frenesia per la sentenza definitiva sulla frode fiscale di
Berlusconi.
Per qualche ora ho incrociato le dita
sperando di vedere finalmente in galera un delinquente che delinque
fingendosi anche paladino dei giusti.
Ho scongiurato per vedere finalmente
quella dentiera sorridente, quella faccia da deretano in plasticone
dietro le sbarre o in fuga ad Hamamet.
Ma poi, nel giro di qualche
ora,l'entusiasmo ha iniziato a scemare.
Ho riportato in cantina la bottiglia di
vino che mio padre aspetta di stappare dal '94.
Non perchè pensi che San Silvio se la
caverà anche sta volta, magari alla fine lo condannano davvero,
chissà.
Solo mi sono resa conto di quanto
illusorio sia aspettare in grazia la condanna, sociale più che
giudiziaria, di un un metro e cinquanta di ometto che la condanna, al
reso degli italiani, la sta facendo scontare da vent'anni.
Berlu cadrà probabilmente in piedi su
quelle gambette corte, si luciderà la pelata e andrà a farsi
qualche ragazzina in Sardegna sfoderando la bandana nuova come ogni
estate.
Eppure per questo processo si stanno
spendendo fiumi di inchiostro, giorni di dirette televisive,
kilometri di carta stampata, migliaia di battutine da bar e sproloqui
fra amici alla terza birretta.
Ma mentre si faceva il totopena sul
processo Ruby, mentre si puntavano tutti i riflettori sulla testa di
Berlusconi (con attenzione all'effetto gibigiana) sono passati sotto
silenzio processi e casi giudiziari ben più importanti, e reati più
vergognosi:
Le scarcerazione degli agenti di
polizia che hanno massacrato Federico Aldrovandi, che nel 2005 hanno
ammazzato di botte, spezzandogli tre manganelli sulla schiena e sul
cranio,un ragazzo di 19 anni durante un controllo di routine.
I sindacati di categoria hanno avuto
anche il coraggio di dargli il bentornato, io personalmente sarò un
po' più in ansia ogni volta che vedrò una divisa e un manganello.
L'assoluzione dei poliziotti che erano
indagati per il caso Cucchi, geometra romano trentunenne morto mentre
era sotto custodia cautelare, con gli occhi pesti, le echimosi in
volto,senza la possibilità di telefonare alla propria famiglia. I
medici sono stati condannati, evidentemente decisivi per la dipartita
di Stefano i colpi di stetoscopio e di abbassalingua.
27 suicidi e 57 morti in cella nelle
carceri nell'ultimo semestre. Ma nessuno era stato invitato al bunga
bunga quindi niente edizione straordinaria per loro.
L'estradizione dalla Spagana di
Francesco Puglisi, che a Rebibbia dovrà scontare, come altri nove
ragazzi, quattordici anni di carcere per “devastazione e
saccheggio” nel corso del G8 del 2001 di Genova. Colpirne uno per
educarne cento diceva una volta un altro celebre pelato, quattordici
anni di galera non sono certo un castigo lieve (Berlu in tutto non
ne rischia più di quattro) mentre le circa 200 denunce per percosse
a manifestanti da parte delle forze dell'ordine sono state
archiviate, indultate o sono andate prescritte. Anche quelle per la
mattanza alla scuola Diaz.
Sono solo pochi esempi di quello che
veramente sta andando storto nella giustizia e nella società
italiana.
Quello che vent'anni di berlusconismo
hanno lasciato a questo paese è molto peggio di un conflitto di
interesse, dei senatori corrotti, di uno Stato frodato.
Mi guardo in giro, in mezzo a una
generazione che sta diventando sempre più arrivista, razzista,
iniqua, ipocrita e disposta a tutto: il problema non è Silvio
Berlusconi, sono i milioni di Italiani che, più o meno apertamente,
non solo non si preoccupano del fatto che il tre volte presidente del
consiglio l'abbia fatto o no, ma addirittura pensano che se l'avesse
fatto, avrebbe fatto bene a rubare, mentire, corrompere, spergiurare
e scopare sedicenni, perchè loro farebbero lo stesso.
Preoccuparsi che Berlusconi finisca in
galera adesso è come agitarsi per l'estrazione di un dente marcio
quando la cancrena ha ormai invaso tutta la mascella, tutto il cranio
e gran parte del corpo.
Prima o poi, certamente, ci libereremo
del sempiterno Silvio, ma spurgare questa piaga di menefreghismo
dilagante, di corruzione d'animo imperante, di assuefazione
all'ingiustizia,sarà un processo lungo e magari fallimentare.
Non so quanto l'infezione sia estesa,
ma mi sento come un piccolo globulo bianco che lotta come un matto
contro la peste bubbonica: ho voglia di mollare e di andarmene da
questo organismo in rovina, ma so che se quello che resta delle
difese prendesse questa decisione, di questo paese non resterebbe
altro che una carcassa,pronta a imputridire.
venerdì 26 luglio 2013
Heil Phone:Il cellulare che uccide più di Hitler
Qualche giorno fa i possessori di
smartphone di tutto il mondo si sono allarmati al parossismo alla
notizia di un telefono di nuova generazione che aveva ucciso una
ragazza cinese con una scossa elettrica.
L'idea di un cellulare killer sembra
proprio non essere andata giù alla maggioranza dei cybernauti che
hanno guardato con sospetto il proprio satinato touch screen.
Per almeno cinque minuti.
Eppure,la gran parte dei telefoni
cellulari, dei tablet dei videogiochi e delle videocamere sono
costruiti sulla pelle di milioni di persone.
Il Coltan, lega di colombite e
tantalite, è uno dei conduttori principali dei chip alla base
dell'elettronica moderna, ed attorno alle sua estrazione dal 1998 in
Congo si sta consumando il più grave etnocidio dalla seconda guerra
mondiale.
Nello stato africano, dove si stima
riposino oltre il 60% delle riserve del minerale, le possibilità di
guadagno derivanti del materiale, il cui costo è passato dai 2 euro
a kilo dal 1994 ai quasi 600 di oggi, hanno originato scontri
interni, violenze e uno stato costante di sfruttamento della
popolazione e del territorio responsabili di un numero di morti che
varia dai quattro agli otto milioni in quindici anni,a seconda delle
stime.
Una media di 38.000 persone ogni mese
vengono uccise principalmente dalla malnutrizione e dalle
conseguenze dello sfruttamento intensivo all'interno delle miniere di
sabbia nera: le malattie derivanti dalla continua esposizione alle
polveri senza adeguate protezioni falcidiano adulti e
bambini,impiegati nei cuniculi in regime di semi schiavitù per una
paga di nemmeno 10 centesimi al giorno.
Il coltan,che emette radiazioni, causa
tumori e malformazioni anche negli abitanti dei villaggi sorti nelle
vicinanze dei siti di estrazione che stanno sventrando gran parte del
territorio congolese.
I guerriglieri ribelli uccidono,
stuprano e rapiscono i minatori nel tentativo di accaparrarsi il
potere sui giacimenti, col bene placido delle multinazionali
occidentali che finanziano con armi ed approvvigionamenti gli
eserciti irregolari, alla ricerca dell'offerta al prezzo più basso.
Le estrazioni illegali alimentano non
solo un conflitto senza precedenti per numero di morti e rifugiati,
ma contribuiscono anche alla deforestazione ed alla conseguente
estinzione di numerose specie animali fra quali il gorilla di
montagna: in Congo ne sopravvivono solo 600 esemplari.
Nel libro denuncia “Blood Coltan”
Alberto Vazquez-Figueroa addita Motorola Nokia e Siemens come le
compagnie più “cattive”, ma il materiale, diffuso anche in dvd,
pc,armi,apparecchi medici e fibra ottica, insanguina il buon nome di
quasi tutti i big dell'elettronica.
Anche se Apple e Samsung dichiarano di
pretendere dai produttori certificati che attestino la provenienza
del minerale da zone di estrazione controllate in Usa, Russia e
Thailandia i documenti sono solo autocertificazioni e quindi facili
alla contraffazione.
Solo la H.C Starck, affiliata di quella
Bayer chimici che si è resa artefice,oltre che dell'aspirina, dello
sciroppo per la tosse all'eroina e dei veleni per le camere a gas
naziste, è stata finora apertamente accusata di aver finanziato la
guerra in Congo, ma la lista di compagnie che si sono avventate come
avvoltoi sui nuovi giacimenti scoperti in Amazzonia, pronte a
smembrare la foresta ed estirpare le tribù autoctone, è lunga e
ricca di nomi altisonanti.
Dal 2012 Greenpeace sta spingendo
affinchè le aziende garantiscano la provenienza del Coltan da zone
di pace, ma solo un'informazione e un impegno crescente dei
consumatori potrà cambiare la situazione.
Questa denuncia potrà sembrare
ipocrita,scritta e magari letta proprio sullo schermo di uno
smartphone, ma la consapevolezza è il primo passo per allontanarsi
da un futuro che altrimenti si ergerà sulle ceneri nere di popoli
interi oltre che della nostra coscienza.
giovedì 18 luglio 2013
La scelta negata - quando avere un utero diventa una sfida.
Oggi come oggi, da questo lato del globo non possiamo lamentarci più di tanto del potere che le donne hanno sugli uomini.
Siamo circondate da donne potenti, prime ministro, segretarie alla difesa, ministre, capitane d'industria.
La stragrande maggioranza delle donne ha la possibilità di studiare e lavorare, abbiamo perfino le quote rosa in politica.
Sono certa che per i portatori di cromosomi XY, dovremmo ringraziare e non disturbare il manovratore.
Ma chissà perchè, a guardarsi un po' in giro, a fare zapping in tv, a leggere un giornale salta agli occhi il fatto che, come sempre, fra i proclami e la realtà c'è ancora una distanza siderale.
Ci sono donne che hanno potere sugli uomini, non c'è dubbio. Quello che ci manca è il potere su noi stesse, sui nostri corpi, sulle nostre scelte.
E' un pugno allo stomaco la storia di una ragazzina di 17 anni che rischia di morire dopo aver preso una dose altissima di pillole contro l'ulcera per provocarsi un aborto.
Nel 2013, in Italia, dove sulla carta una legge garantisce ad ogni donna, anche alle minorenni, di interrompere una gravidanza mantenendo l'anonimato, l'obiezione di coscienza di medici voltagabbana, il giudizio di moralisti e pro vita, la disinformazione sulle procedure burocratiche e cliniche rischiano di riportarci ai tempi degli attaccapanni, dei ferri da calza e delle pompe da bicicletta.
Ma prima di ritornare dalle mammane, di imbottirsi di marmellata lassativa, di bere decotti di prezzemolo rischiando di morire per le infezioni, per le emorragie che le violente contrazioni procurate dai metodi abortivi risalenti al medioevo possono provocare, è bene ricordare come stanno le cose, almeno per ora, in Italia.
Prima di tutto la prevenzione: anche per le più giovani preservativi e altri contraccettivi sono a disposizione nei consultori, farsi prescrivere la pillola, il cerotto o l'anello anticoncezionale è un diritto da far valere anche con il medico curante, senza l'obbligo di visite interne.
Se un incidente o una leggerezza aumentano il rischio di una gravidanza indesiderata la "pillola del giorno dopo" Norlevo previene l'installazione dell'ovulo eventualmente fecondato nell'utero se assunta tempestivamente. NON E' UN ABORTIVO, FARMACISTI E MEDICI NON POSSONO FARE OBIEZIONE DI COSCIENZA per la prescrizione o la somministrazione. Se adducono questa scusa, potete chiamare i carabinieri. Non è comunque da considerare un contraccettivo, la pdg ha un forte impatto sull'organismo, come assumere in un colpo solo una decina di pillole anticoncezionali.
Se una gravidanza non voluta capita comunque le scelte sono poche: aborto o adozione. Per molte donne, giovani o meno, l'idea di portare avanti una gravidanza che si concluda con un'adozione è troppo dolorosa, per alcune è rischioso rivelare la propria condizione. Qualsiasi sia il motivo per cui una donna sceglie di interrompere una gravidanza, qualsiasi sia la sua estrazione sociale, la sua età, l'interruzione volontaria di gravidanza è un diritto, e come tale deve essere rispettato. Col sostegno dei consultori e la firma di un giudice tutelare anche le minorenni possono abortire in completo anonimato, senza coinvolgere i genitori. Nessuna donna è tenuta a dare spiegazioni su come sia avvenuto il concepimento, non sono solo le vittime di violenza a non volere un figlio.
Non voler portare a termine una gravidanza ad un certo punto della propria vita non significa essere delle poco di buono, delle egoiste , non significa che non si potrà avere una famiglia in futuro.
Chi cerca di convincerci del contrario è un falso.
Non siamo solo un contenitore per una futura vita, sono prima di tutto le donne il corpo e l'anima che vanno tutelate.
L'IVG è un intervento che deve essere garantito in maniera gratuita e tempestiva, alla faccia degli obbiettori che tante volte nelle loro cliniche private non fanno una piega ad eseguire aborti,anche tardivi.
Decine, centinaia, migliaia di donne lottano da secoli per permettere a noi donne del 2000 di scegliere per noi stesse. Nel lavoro, nella politica, nella nostra intimità.
Decine, centinaia. migliaia di donne lottano anche oggi per le libertà di pensare, di studiare, di esprimersi,di lavorare e di agire senza dover render conto agli uomini o ad una società maschilista destinata a decadere.
Decidere del nostro corpo significa decidere del nostro futuro.
Mi guardo indietro e vedo Saffo, Ipazia, Artemisia Gentileschi, Anna Bolena, Marie Curie, Evita Peron e Rosa Parks, vedo le partigiane che hanno combattuto e si sono fatte torturare e uccidere da ogni fascismo, le manifestazioni delle donne negli anni '70 per il divorzio e il diritto di scegliere, e non ho dubbi sulla forza che il nostro genere possiede, al di là del Minettismo ,del Mignottismo e delle orgettine.
Non ho dubbi quando leggo le storie di Hawa Abdi,la dottoressa somala che da una stanza dove assisteva le donne dalla prevenzione al parto ha costruito un ospedale attorno al quale è sorta una città.
Non ho dubbi vedendo la determinazione negli occhi di Malala Yousafzai, la ragazzina sopravvissuta ad un proiettile talebano che voleva zittire la sua richiesta di un diritto allo studio , quando dice "Non mi fermerete"
Per tutte le donne che hanno lottato, per ogni ragazza a cui i propri diritti sono negati non possiamo cedere nemmeno di un millimetro sui diritti che le nostre mamme e le nostre nonne si sono guadagnate con le unghie e con i denti.
La crociata antiabortista che sta prendendo piedi negli Usa e in Europa è solo un patetico tentativo di tarpare le ali ad una generazione di donne indipendenti e consapevoli di sè, trasformando la maternità, la nostra più grande ed esclusiva risorsa, in un giogo con cui tenere sotto controllo questa parte della società.
Non possiamo tornare indietro,non ora, perchè una nuova società, pronta a pretendere i propri diritti sociali,politici e civili, è pronta a nascere.
E speriamo che sia femmina.
lunedì 8 luglio 2013
Dimmi cosa compri e ti dirò chi sei: l'enigma del carrello della spesa.
Siamo davvero capaci di fare la spesa? O a quello che ci ha insegnato la mamma c'è qualcosa da aggiungere? Qualche consiglio per fare una spesa etica,intelligente e senza trucchi.
Sceglie dove: Il negozio dove
decidiamo di fare i nostri acquisti è la prima fra le possibilità
da valutare attentamente: se è sempre più difficile passare dal
panettiere,dal verduraio, dalla bottega di fiducia e si finisce
spesso per ripiegare sul più pratico supermarket anche nella grande
distribuzione di può cadere più o meno in piedi. Sui siti delle
principali catene trovate (o non trovate, e quella è già una bella
scrematura) informazioni su politiche ambientali ed etiche adottate
di punti vendita.
Scegliere come: Andare
a fare la spesa a piedi o in bicicletta, condividendo il tragitto in
automobile con altri consumatori invece di intasare strade e
parcheggi degli ipermercati, è un buon inizio. Ma Come portare a
casa la nostra spesa significa anche scegliere di trasportarla in
borse ecologiche e riutilizzabili (ad esempio in canapa) o in
cassette e cartoni che avranno così una seconda vita.
Scegliere cosa: Un
piccolo impegno nel valutare cosa mettiamo nel carrello,può fare già
una grande differenza:
Frutta e Verdura: Mettere
peperoni e melanzane, mele e pere, radicchio e lattuga pesate
separatamente nella stessa busta per arrivare alla cassa, non
rovinerà certo le proprietà di frutta e verdura ma permette di
risparmiare un bel po' di plastica. Prediligere prodotti locali e
stagionali,impiega il tempo di leggere un cartello ma fa risparmiare
un bel po' di CO2.
Imballaggi. Vi
capita mai di tornare a casa dopo la spesa e riempire un bidone di
rifiuti solo mettendola in ordine fra frigo e armadi? Gli imballaggi,
prevalentemente in plastica e pvc, possono essere diminuiti se non
addirittura eliminati. Scegliere tagli freschi di formaggi,carne e
affettati, eviterà l'accumulo di vassoietti in plastica e
polistirolo ed ettari di celophan, prediligendo la “vecchia”
confezione in carta fatta al momento. Preferire imballaggi di
pasta,uova,biscotti,scatolame e molto altro in monomateriale
(evitando per esempio le scatole della pasta in cartone con la
finestrella in plastica per vedere meglio farfalline e conchiglie di
cui sappiamo comunque la forma, e quelle delle uova fatte di
plastica,ricoperte di carta,e poi,non si sa mai, di un altro strato
di plastica) facilita la differenziata e diminuisce il rifiuto. Anche
saponi e detersivi acquistati sfusi diminuiranno di un bel po' il
volume del bidone della plastica.Inoltre valutando il prezzo al kg, oltre a risparmiare avrete la possibilità si comprare più prodotto, e meno imballaggio.
Carne: Se
proprio alla fiorentina e al petto di pollo non si sa rinunciare, con
un po' di spirito d'indagine è facile sapere come,dove, e quando gli
animali che finiscono nei piatti sono stati allevati e macellati:
rifornendosi in realtà alternative a quelle industriali si può
mangiare carne con un maggior rispetto per natura,animali e per la
nostra salute.
Pesce:
Il “pesce etico” E' una delle bestie più rare da catturare al
supermarket. Quello d'allevamento è spesso stipato in vasche
sovraffollate e luride, nutrito con farine animali e divorato dai
parassiti, quello pescato,in molti casi,specie all'estero e in zone
dove i controlli sono scarsi, viene issato in barca devastando anche
l'ambiente circostante ( per pescare 1 kg di gamberetti si rigettano
in mare morti o moribondi 24 kg di altri animali marini) e lasciato
asfissiare. E' inutile chiedersi se il pesce che abbiamo nel piatto
ha sofferto per arrivare lì, la risposta è praticamente sempre sì.
Tuttavia, Il meno pregiato pesce di lago e fiume, e il pescato di
mare sotto severi controlli ambientali può essere un buon
compromesso fra gusto e coscienza.
Uova:
Se non avete la fortuna di conoscere qualche contadino che vi possa
procurare uova ruspanti, in negozio scegliete quelle bio, o almeno
allevate all'aperto, anche per i derivati: le uova da allevamenti “a
terra” indicano solo che le migliaia di galline stipate in
capannoni illuminati a giorno 24 ore su 24 sono ammassate in recinti
a pianterreno invece che su pile di gabbie di diversi metri.
Latte e formaggi:
Distributori di latte fresco e rivendite dirette di formaggi sono
sempre più a portata di mano, ma anche al supermercato è facile
selezionare latte e derivati prodotti in zona,secondo criteri etici,
e con caglio artificiale (quello naturale viene estratto dallo
stomaco dei vitelli)
Acqua: In
Trentino siamo fortunati. L'acqua del rubinetto è potabile e buona
quasi ovunque e prediligerla a quella in bottiglia risparmia un bel
po' di plastica alle discariche.
Cosmetici e prodotti per il corpo:
Non aspettatevi che le grandi
marche dichiarino sulle loro super trendy confezioni “ questo
shampoo è stato testato su un delizioso coniglietto bianco che ha
perso la vista, è raffinato dal petrolio e inquina ambiente e
corpo”.La regola è una sola: se non è espressamente dichiarato
sulla confezione ( ed anche in quel caso spesso, vale la pena
incrociare le dita) ogni
deodorante,dentifricio,shampoo,sapone,balsamo detersivo,cremina o
polverina sugli scaffali è SEMPRE testato inutilmente su animali e
spesso,la lista delle componenti è degna di un diserbante. Le
alternative sono possibili, ed è facilissimo trovare on line le
liste delle aziende etiche e di quelle senza l'ombra di rimorso.
In conclusione,LEGGERE L'ETICHETTA
sempre. Ingredienti inutili e cancerogeni come olio di palma, grassi
animali idrogenati, conservanti e coloranti sono anche dove meno si
pensa. La scelta comincia dall'informazione, e l'etichetta è la
prima pagina del giornale del mattino.
Per approfondire:
-La "Guida al consumo critico" edita da Emi, un must have nelle biblioteche BisbEtiche
-"Le Bugie nel carrello" di Dario Bressanini, per chi è in fuga da marchi, marketing e megadistribuzione.
giovedì 27 giugno 2013
Fiaba triste di una notte in Palestina
Quando ho imparato il mio nome, ho
imparato a sperare.
Hadeel, il tubare della colomba, doveva
essere il suono che mia madre sperava di sentire come sottofondo alle
risa nelle giornate della mia infanzia.
Hadeel, più forte del gracchiare dei
cingoli dei carri armati, più squillante dello stridere delle pale
degli elicotteri che volano sopra le nostre teste come rapaci, più
acuto del fischio delle granate che cadono dal cielo.
Il mio nome mi ha insegnato a credere,
che le preghiere avrebbero avuto più forza delle granate, scivolando
attraverso le labbra di mia madre come un miele denso, che non sa di
fiori ma di coraggio e speranza.
Hadeel, perchè una guerra non può
essere eterna, ma molto lunga, come il muro che squarcia il ventre
alla mia terra di sabbia e sterpi.
Palestina, la terra dei Filistei, la
terra degli Ebrei,la terra mia, di mia madre e dei mie fratelli, su
cui ogni giorno poggiamo i piedi scalzi, che percorriamo a grandi
passi col cuore in gola,con la notte in bocca, quando le scie della
pioggia di ferro che inaridisce le nostre anime prendono il posto
delle stelle.
“Hadeel” l'ho sentito volare fuori
dalla bocca di mio fratello questa notte, con lo stesso rimbombo che
tante volte ho sentito nella voce di mia madre quando mi arrampicavo
su un albero troppo alto, camminavo su di un muretto troppo
diroccato, correvo troppo vicina al filo spinato.
“Hadeel” non è così che ho
immaginato il verso di una candida colomba,questo mi ferisce le
orecchie più dei proiettili che colpiscono i calcinacci sopra il mio
letto, rimbalza nello specchio negli occhi gelati di mio fratello che
non si è ancora alzato per correre al riparo.
Vorrei che mi chiamasse ancora, vorrei
che allungasse le braccia verso di me per volare via insieme, ma
resta lì, a fissare la ferita che ha trasformato il muro di casa in
una finestra spettrale da cui vedo i miei vicini correre come
formiche, come topi assordati dalle urla di un falco che sta per
piombare su di loro.
Hadeel. Lo sussurra lo spettro di mia
madre che è comparso del buio del corridoio dove la luce scoppietta
come una scintilla morente, mentre alza dal cuscino la bambola di
pezza che ha preso il posto di mio fratello, il sorriso che si
allarga coma una voragine fino alla tempia, l'aureola rossa sulla
stoffa sgualcita della federa, reliquia della santità di chi muore a
sei anni.
Non sento più niente.
Il freddo del dolore, il buio della
paura, tocco il viso di mia madre per vedere se è vera, mi si
bagnano le dita.
Guardo terrorizzata le mie mani fra i
lampi dei mortai, non è sangue, solo un pezzetto di quella tempesta
di lacrime che sta devastando le pianure tenere del volto di mia
madre.
Non sento più niente.
Mentre corriamo fuori, per la strada,
passo davanti al mio vicino schiacciato a terra del peso della fine
con le gambe all'aria come una donna impudica.
Lo scricchiolare della sabbia battuta
sotto le mie scarpe di pezza, la luce lontana del rifugio che fa da
cornice al ciondolare ritmico della testa di mio fratello ad ogni
passo di mia madre.
Ci rintaniamo, nemmeno topi,
scarafaggi.
La terra trema, trema mia madre fra le
mie braccia, tremo io mentre il fragore di una fine del mondo
costante mi culla nel sonno.
E' una notte qualsiasi in Palestina.
All'alba pezzi di casa, pezzi di vite,
fumano ai bordi delle strade, i cani gridano spaesati, ma mai forte
quanto mogli, sorelle, figlie, madri.
Mia madre, che avvolge un fantoccio in
una stola bianca. Ogni giro una preghiera, ogni nodo un singhiozzo,
ogni sussulto un grido.
Lo sento scoppiare dai polmoni mentre
con le dita mi aggrappo a un brandello di rete metallica, conficcato
nel terreno, un pianto cupo e senza la speranza che ha battezzato me
e tutti i miei fratelli.
Sbatto con le ginocchia sulla terra, la
mia terra, perchè mi costi tutto questo?
Appoggio il viso al chador macchiato di
mia madre e chiudo gli occhi.
E lo sento.
Hadeel. Il verso della colomba. Vola
alto, sopra il fumo, sopra i pianti senza consolazione, più in alto
del profilo del muro grigio schiacciato contro l'azzurro del cielo,
il nostro cielo. Perchè ci costi tutto questo?
Vola verso Israele. Vola via, dal
terrore, da una ferita aperta.
Vola via.
E lo vedo per un istante, mentre le
penne bianche incrociano il sole: mio fratello, che vola via con lei,
finalmente libero, finalmente al sicuro.
E alle mie orecchie arriva per l'ultima
volta
“Hadeel.”
mercoledì 19 giugno 2013
Per chi di abbandono muore.
Una grossa macchina blu.
Un'altra.
Una, ancora, sparisce all'orizzonte prima ancora che il rumore del motore abbia smesso di far vibrare le mie orecchie.
E' incredibile quante macchine come la tua ci siano in giro, a casa non l'avevo mai notato.
Ogni volta che ne vedo una avvicinarsi,velocissima sull'asfalto rovente di questa strada,il mio cuore salta un paio di battiti, trattengo il fiato in attesa,per qualche lunghissimo secondo.
La tua mancanza mi lacera il cuore,ma nessuna macchina è mai la tua,nessuna rallenta per aprire lo sportello e farmi salire.
Le ore sembrano giorni, o forse lo sono,mentre attendo.
La luna è alta quando lo stomaco inizia a farmi male per la fame, mi alzo,le ossa mi fanno male dopo tanto tempo nella stessa posizione,ad aspettare.
Mi avvio camminando lungo il ciglio, la direzione mi sembra quella di casa, ma sono confusa,disorientata,non capisco.
Non capisco perchè mi hai lasciata
Non capisco dove ho sbagliato.
Non capisco che cosa sia successo di così terribile, per convincerti a separarmi da te.
Non può essere stata una scelta tua, continuo a ripetermi mentre la linea bianca sull'asfalto è la mia unica guida nella notte. Non puoi aver voluto davvero separare le nostre vite, tu, che mi hai coccolata e desiderata, tu che mi chiamavi amore,tesoro, cucciola.
Eppure tu, che sei il mi mondo mi hai lasciata lì, sotto il sole e non ti sei voltato indietro.
Quando penso alla tua macchina che sparisce nell'afa mi si rizza il pelo sulla schiena, e ho paura. Paura che non tornerai, paura che resterò sola e che nessuno mi riporterà a casa perchè l'ultima volta che mi hai fatto il bagno non hai più voluto rimettermi la medaglietta.
Non conosco queste strade, gli odori che si posano nelle mie narici sono nuovi e sconosciuti, i miei occhi gialli non sanno dove posarsi ed ora, se potessero stillerebbero lacrime di dolore.
Non capisco.
Non capisco.
Quando ti ho visto caricare la macchina con tutte quelle borse e quelli attrezzi eravate tutti felici.
La mia famiglia era felice ed io con voi! Che nuova avventura mi aspettava?
Sono salita in macchina con la fiducia incondizionata che ti ho sempre offerto, padrone.
Ed ora sono qui, poco lontano da dove mi hai scaricata. Sola. Non mi sono mai sentita così Sola.
Cammino da ore ormai,ho tanta tanta sete. Sento lo scrosciare dell'acqua al di là della corsia buia e decido di raggiungerla.
Una luce brillante mi investe.
Poi un dolore e la terra che mi sfugge da sotto le zampe.
Rumore.
Dolore.
Ho sonno.
Non riesco ad alzarmi dall'asfalto,ho paura. Dove sei padrone? Dove sei Amore?
Sento le macchine sfrecciare una, o un milione.
Qualcuno quando mi sto addormentando, si ferma.
Mani umane mi sfiorano mi sollevano, qualcuno mi carica in macchina ma non sei tu, Padrone.
Il calore di un corpo vicino, mi fa tendere verso una mano piccola e rosa poggiata vicino al mio muso. Verso un'ultima carezza
Mentre i miei occhi si chiudono,per l'ultima volta, qualcuno, ormai dall'altra parte del ponte rassicura la bambina seduta a fianco al mio corpo:
-“Non piangere, tesoro, è solo un cane abbandonato”.
Pensate a quello che fate quando prendete un animale.
Chi abbandona è un criminale, chi abbandona non merita niente di più di ciò che ha dato.
Solitudine.
lunedì 17 giugno 2013
Quando la bellezza salverà il mondo
Che cos'hanno in comune un gigantesco centrino bianco, una bambina che vola attaccata a dei palloncini su un muro grigio, e una poesia in francese che racconta il dolore di un esule?
Niente, e tutto.
Niente perchè sono gocce di bellezza in un mare di ignoranza sparse per il mondo, che magari non formeranno mai la stessa onda.
Tutto perchè in queste scie di speranza lasciate da una penna intinta nella disperazione c'è tutto il bello che ancora resta nel mondo.
Il centrino bianco, è quello intessuto dalle madri turche in questi giorni di proteste e violenze, mentre i loro mariti e figli venivano massacrati dalla polizia a colpi di manganello e granate lacrimogene, che oggi, in risposta all'invito di Erdogan di andarsi a riprendere i figli in piazza, hanno steso lungo la facciata del museo di Ataturk, altro simbolo di quella storia della Turchi forte e libera che un meschino dittatore vorrebbe cancellare.
Non è sicuramente una tela da milioni di euro, una statua greca, un'imponente installazione di arte contemporanea della Biennale eppure ai miei occhi stanchi di vedere dolore e crudeltà è bellissimo.
Bellissimo, e struggente, come uno di quei fiori di campo che ogni tanto germogliano dall'asfalto,contro ogni previsione, sfidando ogni difficoltà e
sono lì a sbatterci in faccia che il mondo è un capolavoro.
sono lì a sbatterci in faccia che il mondo è un capolavoro.
Bellissimo come le parole delle poesie di Maram al-Asri, giovane poetessa di origini siriane che da Parigi racconta in versi la guerra civile contro il regime di Assad vista attraverso la lente della rete e dei media, con gli occhi di chi non può e non vuole tornare in un paese dove sarebbe controllata e bistrattata, ma che chiama comunque casa.
"Noi esiliati, siamo malati di una malattia incurabile, amare una patria messa a morte"
E' così bello che fa male.
Fa male perchè fra tutto questo schifo che ci scivola davanti ogni giorno fra i titoli dei telegiornali ho paura di dimenticare le cose per cui vale la pena svegliarsi al mattino, stringere i denti e vivere.
Mi alzo e stringo i denti perchè spero in un domani pieno di bellezza per tutti gli oppressi, e gli afflitti, per tutte quelle anime in fuga dalla guerra e dalla disperazione che sia arenano in una tonnara di ostilità e razzismo.Stringo i denti per il popolo della Palestina, e quello di Israele, perchè da quel disegno lasciato da un writer senza volto,dall'ombra di quella bambina che un grappolo di palloncini sta portando oltre il muro che divide le loro terre, capiscano che c'è molto più di un pezzo di terra da perdere.
Sono questi barlumi di bellezza che mi fanno sperare ancora nella una rivoluzione pacifica di un esercito poeti,artisti, cantastorie,musicanti,sognatori che dal fondo più fondo della deriva della razza umana sanno far germogliare l'ispirazione per regalare un po' di colore a questo mondo sempre più grigio, anche se non se lo merita.
Mi piace pensarlo ogni volta che ascolto una canzone di De Andrè,e ricordarmelo ogni volta che uno di questi pazzi estimatori della vita si guadagna un pezzetto della mia stima con idee così.
Se non sarà la bellezza a salvare la nostra stanca società, allora nient'altro potrà, perchè se dimentichiamo quanto di buono c'è su questa Terra, niente ci impedirà di distruggerla, e tutti noi con lei.
martedì 11 giugno 2013
Piazza Taksim, l'esistenza dentro la resistenza.
Da ieri sera sono ricominciate le cariche e i lanci di lacrimogeni sui manifestanti pacifici in Piazza Taksim, ad Istanbul in Turchia.
La polizia sta rivelando ancora una volta il proprio volto più brutale, spinta dal pugno di ferro del primo ministro Erdogan,intenzionato a non cedere alle richieste dei manifestanti, che lottano da quasi due settimane per la propria libertà di riunione,espressione e pensiero.
Gli alberi simbolo di Gezy Park, il cui piano di abbattimento ha incendiato la miccia della più grande sollevazione popolare nella storia della Turchia, sono ancora a rischio, e per poterli abbattere il primo ministro ha ordinato un impiego massiccio della forza verso i manifestanti accampati, ma ha sfoderato anche un altro asso dalla manica.
Imparando forse dalla drammatica montatura orchestrata nel corso del G8 di Genova del 2001 dai vertici della polizia e dal govern(in)o italiano, per trasformare il dormitorio di manifestanti nella scuola Diaz in un mattatoio degno delle dittature sudamericane, qualcuno ha fatto spuntare in piazza Taksim Molotov e "Black Block" in versione turca.
Nella mattinata di oggi una ventina di persone hanno cominciato a lanciare bottiglie incendiarie sulla polizia,che stranamente non ha reagito,ma la stragrande maggioranza dei manifestanti non ha riconosciuto la frangia violenta.
Per blogger e cronisti sul posto si tratta di poliziotti in borghese infiltrati per far salire la tensione e giustificare una mattanza.
Qualcuno ha intravisto fondine d'ordinanza e distintivi.
Allora è successa una cosa incredibile: i ragazzi di piazza Taksim, e quanto li stimo in questo momento per aver dimostrato una tale pacifica perseveranza, hanno formato una catena umana fra il gruppo armato e gli agenti, per proteggere questi ultimi.
Un paradosso?
Forse, ma in questo paradosso vedo una generazione che ha imparato dal passato a non farsi fregare dai trucchetti di regime, e che non ha intenzione di cadere nelle trappole tese da uno Stato indegno di questo nome.
In queste ore stanno continuando gli arresti e le violenze ad Istanbul ed Ankara, ma il giochino architettato per far ricadere la colpa sui manifestanti non ha funzionato.
La polizia ha iniziato ad arrestare anche fotografi e giornalisti, ma nonostante ciò, grazie alla tecnologia dilagante, foto e video che documentano le violenze continuano ad arrivare a noi.
Poliziotti che sparano in testa a ragazzi: http://www.youtube.com/watch?v=wt1Vs_ciFyE
Catene umane in mezzo ai lacrimogeni,
Giornalisti allontanati per nascondere la bruttezza del regime, ormai sotto gli occhi di tutti.
La polizia sta rivelando ancora una volta il proprio volto più brutale, spinta dal pugno di ferro del primo ministro Erdogan,intenzionato a non cedere alle richieste dei manifestanti, che lottano da quasi due settimane per la propria libertà di riunione,espressione e pensiero.
Gli alberi simbolo di Gezy Park, il cui piano di abbattimento ha incendiato la miccia della più grande sollevazione popolare nella storia della Turchia, sono ancora a rischio, e per poterli abbattere il primo ministro ha ordinato un impiego massiccio della forza verso i manifestanti accampati, ma ha sfoderato anche un altro asso dalla manica.
Imparando forse dalla drammatica montatura orchestrata nel corso del G8 di Genova del 2001 dai vertici della polizia e dal govern(in)o italiano, per trasformare il dormitorio di manifestanti nella scuola Diaz in un mattatoio degno delle dittature sudamericane, qualcuno ha fatto spuntare in piazza Taksim Molotov e "Black Block" in versione turca.
Nella mattinata di oggi una ventina di persone hanno cominciato a lanciare bottiglie incendiarie sulla polizia,che stranamente non ha reagito,ma la stragrande maggioranza dei manifestanti non ha riconosciuto la frangia violenta.
Per blogger e cronisti sul posto si tratta di poliziotti in borghese infiltrati per far salire la tensione e giustificare una mattanza.
Qualcuno ha intravisto fondine d'ordinanza e distintivi.
Allora è successa una cosa incredibile: i ragazzi di piazza Taksim, e quanto li stimo in questo momento per aver dimostrato una tale pacifica perseveranza, hanno formato una catena umana fra il gruppo armato e gli agenti, per proteggere questi ultimi.
Un paradosso?
Forse, ma in questo paradosso vedo una generazione che ha imparato dal passato a non farsi fregare dai trucchetti di regime, e che non ha intenzione di cadere nelle trappole tese da uno Stato indegno di questo nome.
In queste ore stanno continuando gli arresti e le violenze ad Istanbul ed Ankara, ma il giochino architettato per far ricadere la colpa sui manifestanti non ha funzionato.
La polizia ha iniziato ad arrestare anche fotografi e giornalisti, ma nonostante ciò, grazie alla tecnologia dilagante, foto e video che documentano le violenze continuano ad arrivare a noi.
Poliziotti che sparano in testa a ragazzi: http://www.youtube.com/watch?v=wt1Vs_ciFyE
Catene umane in mezzo ai lacrimogeni,
Giornalisti allontanati per nascondere la bruttezza del regime, ormai sotto gli occhi di tutti.
E ancora una volta, noi siamo qui a guardare. 5000 feriti, almeno 5 morti ed altri 12 ragazzi in condizioni gravissime,decine di persone che hanno perso la vista.Violazioni costanti dei diritti fondamentali di associazione, espressione e stampa.
Cosa deve succedere ancora perchè la comunità internazionale intervenga al fianco di questi uomini e queste donne pieni di coraggio e determinazione?
Seguite l'evolversi della situazione su https://www.facebook.com/OccupyGezi?hc_location=stream , se la primavera turca finirà nel dimenticatoio, non ci sarà più niente che potrà fermare i bulldozer di Erdogan.
lunedì 10 giugno 2013
Un Bistecca ci seppellirà
Sul fatto che sbafarsi un piatto di pasta al ragù,una costata alla griglia o un panino con il prosciutto possa piacere non c'è dubbio. Ma mettendo da una parte abitudini,vizi e luoghi comuni, sarà difficile negare che togliersi il prosciutto dal piatto oltre che dagli occhi sia une delle scelte più etiche ed intelligenti che si possano fare.
Se delle condizioni di vita terrificanti degli animali da carne, dei lamenti di vitelli e polli sgozzati, del quoziente intellettivo dei maiali identico a quello del cane che vi dorme sul divano vi interessa ben poco, prima di addentare il prossimo hamburger da Mc Donald's vi sfido almeno a smontare qualche dato di fatto.
Secondo
le proiezioni pubblicate lo scorso anno dalla Fao, l’attuale
modello culturale e la diffusione dello stile di vita
occidentale porterà la produzione di carne da 228 milioni di tonnellate a
463 milioni entro il 2050. L'Onu (che per la prima volta ha affrontato la questione in rapporto pubblicato nel giugno 2012)afferma che senza un’inversione di tendenza, l'incremento dell'industria della carne porterà ad un vero e proprio disastro ambientale i cui effetti sono
calcolabili già adesso, visto che l’insostenibilità emerge da tutti i dati messi in evidenza dell’
organizzazione intergovernativa (notoriamente menefreghista in quanto a diritti animali) senza che però da questa
consapevolezza siano scaturite mai concrete iniziative politiche. Le fabbriche di carne, perchè di questo ormai si tratta, provocano più danni all'ambiente che la produzione di materiale edile, e le coltivazioni di mangimi sono dannose quanto il consumo di combustibili fossili.
Ma la zootecnica non pecca solo in quanto ad inquinamento, ma anche in materia di spreco di risorse.In termini strettamente energEtici, servono 25 Kcal di cerali per produrne una di carne,parlando solo di quella bovina ( si arriva ad un rapporto di 57:1 per quella ovina, 39:1 per le uova, 14:1 per il latte).
Il bestiame dei ricchi mangia il cibo dei poveri,e porta loro via anche l'acqua:oltre l’ 8% dell'acqua potabile mondiale serve ad abbeverare
direttamente gli animali reclusi negli allevamenti, senza calcolare la
quantità necessaria per coltivare i foraggi che li nutrono. A
conti fatti, per ottenere un chilo di manzo da allevamento intensivo
si sprecano duecentomila litri d’acqua a fronte dei duemila che
bastano, ad esempio, per la stessa quantità di soia dal valore
nutritivo comparabile.
Gli animali da reddito producono più gas serra rispetto al settore
dei trasporti e addirittura il 64% dell’ammoniaca totale, mettendo a rischio ecosistemi interi, oltre il 10% delle specie protette, occupando un quarto delle terre coltivabili.
Per capirci, intervenire modificando la dieta da onnivora a vegetariana o vegana avrebbe un impatto ambientale più efficiente ed immediato della sostituzione di combustibili fossili con fonti rinnovabili.
Ma se dell'ambiente ve ne dovesse fregare ben poco (in fondo di cazzoni insensibili è pieno il mondo), magari della salute vi importa un po' di più:Uno studio su un campione di 70.000 perone pubblicato sul Journal of the American Medical Association ha dimostrato che eliminare i derivati animali dalla dieta fa ammalare meno e vivere di più.
I vegetariani vedono il rischio di morte derivante da patologie cardiocircolatorie e cancerose calare del 12%,i vegani addirittura del 15%.Il rischio di infarto degli "erbivori" cala di un terzo. Cinquanta grammi al giorno di carne industriale aumentano del 42% il rischio di patologie cardiovascolari, del 19% quello di diabete e gotta, del 18% quella di cancro all'intestino.
E basta con la tiritera del "siamo nati erbivori", "abbiamo i canini", "nella preistoria mangiavamo di tutto",perchè i nostri denti assomigliano più a quelli di una mucca,che a quelli di un cane, nel nostro lungo intestino la carne imputridisce prima di essere espulsa, e nella preistoria eravamo anche stupratori, incestuosi e pedofili, vogliamo forse continuare ad esserlo perchè "è naturale"?Come tutti i vegetariani penso di essere stata danneggiata di più dai vari "senza carne puoi morire" che dalle carenze nutrizionali:non importa niente a nessuno di quante proteine mangi, finchè non scoprono che sei veg.
Se neanche della vostra salute vi importa gran che, e state mandando a quel paese tutti questi rompi scatole vegetariani mentre salite in macchina direzione Mc Drive pensando che tanto di qualcosa si deve morire, permettetemi di ricordarvi che è anche il mio mondo che sta soffocando con l'inquinamento, e che è anche con le mie tasse che potete avere,a gratis, le medicine per il diabete, il colesterolo, la gotta,il cuore affaticato che un'altra dieta vi avrebbero evitato.
Stò dando i numeri? certo che sì: sono 157
milioni
Le tonnellate di cereali, legumi e ortaggi impiegate negli USA ogni
anno per produrre 28 milioni di tonnellate di proteine animali,360%
L'incremento del consumo di carne del Giappone negli ultimi 30 anni,80%
I bambini che soffrono la fame vive in Paesi che impiegano parte dei
loro cereali per produrre carne destinata ai Paesi ricchi,2/3
Il grano esportato dagli USA che viene usato per l'alimentazione
animale,121
kg la carne pro capite consumata negli USA in un anno,800
milioni Le
persone che potrebbero essere sfamate con il grano usato ogni anno
negli allevamenti degli Stati Unit.,5 volte L'incremento
di carne in Italia dall'inizio del XX secolo a oggi,2700
le diverse sostanze chimiche fra ormoni,antibiotici,tranquillanti,
somministrate agli animali allevati in maniera intensiva.
Tenetevi pure le vostre fette di prosciutto,se proprio non riuscite a farne a meno,io preferisco tenermi il mio rispetto per gli animali,la mia etica, la mia salute, e la consapevolezza che mai nella storia, il futuro del mondo come lo conosciamo è dipeso come oggi dalla scelta che compiamo ogni giorno sedendoci a tavola.
Anche di questo non vi importa? Beh, come dice il caro Foer, "se niente importa, allora non c'è nulla da salvare".
giovedì 6 giugno 2013
Una Piccola Ape Furibonda
Era una piccola Ape infuriata quella che si è riparata sul davanzale esterno della mia camera nei giorni più rigidi di questa primavera anomala.
Una piccola Ape arrabbiata e affamata, che stava per morire,come milioni di altre in tutto il mondo in questi mesi.
la mia piccola Ape si è scaldata per qualche ora, dello zucchero offerto dalla mia superanimalista mamma è bastato a darle l'energia necessaria per fare ritorno al suo alveare e per tornare qualche giorno dopo a depositare del polline negli interstizi delle imposte.
Questo scambio interspecie, mi ha commossa, quel piccolo essere attaccato alla vita mi ha stupito, vederla soffrire mi ha fatta arrabbiare.
Guardatevi in giro: fra le piogge e i pochi fiori di questa stagione le api, i bombi e tutti gli altri insetti impollinatori sono stati decimati.
Un'ecatombe silenziosa ma devastante, per loro e per l'intero ecosistema.
Ma non è colpa solo del freddo, della primavera latitante, della neve a maggio. Se dalla fine dagli anni '90 le api hanno iniziato a morire a milioni, imboccando una via che le porterà all'estinzione è colpa dei pesticidi dannosi per gli insetti impollinatori (clothianidin,imidacloprid,thiametoxam, fipronil,clorpirifos,cipermetrina e deltametrina ) e dell'impiego scellerato che se ne fa nell'agricoltura industriale.
Questi "Killer", prodotti dai soliti colossi farmaco-chimici fagocitatori di ambiente e diritti ( la Bayern, per dirne uno)non solo uccidono direttamente gli insetti, ma interferiscono con le loro caratteristiche chimico-fisiche, impedendo agli impollinatori di orientarsi o di nutrirsi.
negli USA e in Inghilterra la situazione è ancora più tragica: gli agricoltori del "granaio d'America" spazzano palate di api dai pavimenti dei capannoni ad ogni distribuzione di pesticidi sul raccolto, in Gran Bretagna è partita una campagna di raccolta fondi e firme per contrastare lo sterminio, anche distribuendo le sementi dei fiori che favoriscono l'alimentazione delle api.
In Italia fortunatamente 3 delle sostanze chimiche incriminate sono fuori legge già dal 2008, ma anche qui la situazione è allarmante.
Il recente rapporto di Greenpeace "Api in declino" stima che nel giro di qualche anno più di 20.000 piante da fiore scompariranno, minando le possibilità di sopravvivenza delle api selvatiche che hanno bisogno di un habitat incontaminato per vivere.
"Delle 100 colture da cui dipende il 90% della produzione mondiale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api- spiegano dall'associazione ambientalista- Solo in Europa, ben 4000 diverse colture crescono grazie alle api. Se gli insetti impollinatori continueranno a diminuire come sta succedendo da anni, molti alimenti potrebbero non arrivare più sulle nostre tavole."
E non è un problema solo di gusto: che l'abbia detta o no Einstein la famosa citazione "Se le api scomparissero al genere umano resterebbero solo 4 anni di vita" non è molto lontana dalla realtà.
Senza il lavoro di questi operosi esserini impollinatori moriremo letteralmente di fame.
Non è solo questione di godersi il ronzare delle api in un prato, è questione di tutela della biodiversità, di rispetto per questi animali intelligenti e sensibili che nulla hanno da invidiare alle altre specie, di sopravvivenza del mondo come lo conosciamo e di tutti gli animali, noi compresi.
Con un impegno massiccio, è ancora possibile invertire la tendenza.
Promuovendo l'agricoltura sostenibile, attraverso investimenti e ricerche sulle colture biologiche ed ecologiche,vietando i pesticidi dannosi,sostenendo l'impollinazione naturale in agricoltura,tutelando gli habitat e la biodiversità, le api avrebbero ancora una speranza.
Una piccola Ape arrabbiata e affamata, che stava per morire,come milioni di altre in tutto il mondo in questi mesi.
la mia piccola Ape si è scaldata per qualche ora, dello zucchero offerto dalla mia superanimalista mamma è bastato a darle l'energia necessaria per fare ritorno al suo alveare e per tornare qualche giorno dopo a depositare del polline negli interstizi delle imposte.
Questo scambio interspecie, mi ha commossa, quel piccolo essere attaccato alla vita mi ha stupito, vederla soffrire mi ha fatta arrabbiare.
Guardatevi in giro: fra le piogge e i pochi fiori di questa stagione le api, i bombi e tutti gli altri insetti impollinatori sono stati decimati.
Un'ecatombe silenziosa ma devastante, per loro e per l'intero ecosistema.
Ma non è colpa solo del freddo, della primavera latitante, della neve a maggio. Se dalla fine dagli anni '90 le api hanno iniziato a morire a milioni, imboccando una via che le porterà all'estinzione è colpa dei pesticidi dannosi per gli insetti impollinatori (clothianidin,imidacloprid,thiametoxam, fipronil,clorpirifos,cipermetrina e deltametrina ) e dell'impiego scellerato che se ne fa nell'agricoltura industriale.
Questi "Killer", prodotti dai soliti colossi farmaco-chimici fagocitatori di ambiente e diritti ( la Bayern, per dirne uno)non solo uccidono direttamente gli insetti, ma interferiscono con le loro caratteristiche chimico-fisiche, impedendo agli impollinatori di orientarsi o di nutrirsi.
negli USA e in Inghilterra la situazione è ancora più tragica: gli agricoltori del "granaio d'America" spazzano palate di api dai pavimenti dei capannoni ad ogni distribuzione di pesticidi sul raccolto, in Gran Bretagna è partita una campagna di raccolta fondi e firme per contrastare lo sterminio, anche distribuendo le sementi dei fiori che favoriscono l'alimentazione delle api.
In Italia fortunatamente 3 delle sostanze chimiche incriminate sono fuori legge già dal 2008, ma anche qui la situazione è allarmante.
Il recente rapporto di Greenpeace "Api in declino" stima che nel giro di qualche anno più di 20.000 piante da fiore scompariranno, minando le possibilità di sopravvivenza delle api selvatiche che hanno bisogno di un habitat incontaminato per vivere.
"Delle 100 colture da cui dipende il 90% della produzione mondiale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api- spiegano dall'associazione ambientalista- Solo in Europa, ben 4000 diverse colture crescono grazie alle api. Se gli insetti impollinatori continueranno a diminuire come sta succedendo da anni, molti alimenti potrebbero non arrivare più sulle nostre tavole."
E non è un problema solo di gusto: che l'abbia detta o no Einstein la famosa citazione "Se le api scomparissero al genere umano resterebbero solo 4 anni di vita" non è molto lontana dalla realtà.
Senza il lavoro di questi operosi esserini impollinatori moriremo letteralmente di fame.
Non è solo questione di godersi il ronzare delle api in un prato, è questione di tutela della biodiversità, di rispetto per questi animali intelligenti e sensibili che nulla hanno da invidiare alle altre specie, di sopravvivenza del mondo come lo conosciamo e di tutti gli animali, noi compresi.
Con un impegno massiccio, è ancora possibile invertire la tendenza.
Promuovendo l'agricoltura sostenibile, attraverso investimenti e ricerche sulle colture biologiche ed ecologiche,vietando i pesticidi dannosi,sostenendo l'impollinazione naturale in agricoltura,tutelando gli habitat e la biodiversità, le api avrebbero ancora una speranza.
Piantare fiori di campo e siepi è una cosa che possono fare tutti quelli che hanno un balcone un giardino o anche solo una finestra.
L'altra cosa che possiamo fare tutti è firmare qui l'appello di Greenpeace http://salviamoleapi.org/
e sensibilizzare istituzioni e conoscenti con il materiale scaricabile dal sito.
Qui, con una donazione di 10 sterline riceverete una bustina di semi dei fiori preferiti dagli operosi insetti a strisce:http://www.nealsyardremedies.com/bee-lovely .
Il fatto che le protagoniste di questa campagna siano piccole, non significa che piccola sia la questione:è il rispetto e la tutela dei più minuscoli fra gli esseri viventi,a far grande ogni uomo.
martedì 4 giugno 2013
Turchia:quando è incazzata, anche una sola rondine fa "Primavera"
Cinque giorni fa le immagini della protesta a Gezi Park raccontavano di poche centinaia di hippie accampati per difendere un parco, ora, dopo notti e giornate di scontri,lacrimogeni, morti,feriti e arresti,i media liberi iniziano a parlare di Primavera Turca.
Mentre testate e tv italiane preferiscono glissare sfoderando ancora la notiziona di un Berlusconi inquisito e dei dieci saggi del governo dei "forse,ma sì, però",l'onda di solidarietà del web sta finalmente contagiando anche televisioni e giornali stranieri.
Giornalisti ed opinionisti iniziano ad esprimere simpatia verso questi "ribelli" che mettono a rischio la propria vita per qualcosa di molto più grande di un parco alberato:il diritto di vivere ed essere rispettati come cittadini del proprio paese.
"There are left political groups, nationalists, radical, anarchists, everyone has place. Housewives with their sons; it is a very heterogeneous opposition." Ci sono gruppi politici di sinistra- twittano da piazza Taksim alcuni portavoce della protesta- nazionalisti, radicali, anarchici, a ognuno un posto. Ci sono casalinghe con i figli: è un'opposizione molto eterogenea"
E molto pacifica, considerata la brutalità criminale della polizia è incredibile che le manifestazioni siano ancora prettamente a carattere non violento.
Ne è un simbolo la ragazza con il vestito rosso che resta ferma senza reagire davanti al getto dell'idrante che la sta colpendo in pieno, destinata a diventare un'icona di questa rivolta, come il ragazzo con le borse della spesa che fronteggiava i carri armati a piazza Tienanmen.
A chi, da qualche salotto televisivo italiano, fa superficiale ironia sentenziando che è ben diverso lottare per la democrazia piuttosto che per un parco, e che di primavera turca non si può parlare, a quegli show di pochezza professionale e personale, consiglio di aprire gli occhi e vedere che gli alberi di Gezi Park non sono un pretesto, ma un simbolo.
Di uno stato smembrato e cementificato.
Di una storia calpestata.
Di una generazione che dell'ennesimo centro commerciale non sa che farsene.
Di una democrazia non condivisa e imposta,che ha smesso di essere democrazia.
Dell'attacco al cuore libero e creativo di Istanbul.
Del sentire che siamo anche le nostre città.
Della difesa di un'idea di progresso che ormai non ha più niente a che fare con quella di capitalismo.
Del coraggio di lottare per la propria terra, senza chiedere niente in cambio se non i diritti elementari.
E non mi stupisce che nella nostra Italietta si tenda a minimizzare questa protesta, camuffando il numero dei feriti (che è salito a diverse migliaia tanto che alcuni hotel hanno messo a disposizione le proprie stanze come ambulatori), negando i morti (il cui conto forse non sarà mai fatto con certezza, ma importa davvero?) sfottendo i motivi.
Non vi ricorda niente la protesta di un popolo per la propria terra e per il proprio paesaggio?E se al posto di quel parco ci fosse una vallata? Un treno ad Alta velocità al posto di un grande magazzino?
Io vedo nello sforzo dei ragazzi di Istanbul la stessa scintilla di opposizione all'urbanizzazione scellerata che ha mosso le famiglie della Val Susa,la stessa punta di un iceberg di insoddisfazione verso quelle istituzioni che tentano di mettere la parola fine alle discussioni con un "così è deciso".
Non mi stupisco che qualcuno, nei palazzi, nelle redazioni asservite, abbia paura.
Che vigliaccamente le tv italiane seguano l'esempio di quella turca parlando di gatti,pinguini, e piogge fuori stagione invece che raccontare la brutalità della repressione, con carri armati,gas nocivi e poliziotti con la matricola abrasa dall'elmo, con metodi tanto crudeli che in molti fra le forze dell'ordine, stanno lasciando il proprio posto di lavoro.
Oggi l'intera Turchia è in sciopero,un sindaco ha chiuso l'acqua degli idranti, per impedire che fosse usata nei cannoni ad acqua contro i manifestanti. A lui, ai medici, agli avvocati, ai volontari che prestano soccorso,ad ogni singolo ragazzo ucciso, picchiato, intossicato, dovrebbe andare l'attenzione dei nostri giornalisti, non alla prova costume delle veline
"Il governo sta svendendo l’intero paese alle corporazioni per la costruzione di centri commerciali, condomini di lusso, autostrade, dighe e centrali nucleari.-denunciano i blogger turchi-Le persone che stanno marciando nel centro di Istanbul rivendicano il loro diritto a vivere liberamente e ad avere giustizia, protezione e rispetto da parte dello Stato. Chiedono di essere coinvolte nel processo di decision-making che riguarda le città in cui vivono."
E per forza dunque che qui da noi si tace.E' troppo alto il rischio che qualcuno noti le similitudini.
Troppo forte la paura che una rondine, magari solitaria, si metta in testa di portare la primavera anche qui.
Firmiamo l'appello di Amnesty International per lo stop all'uso della forza contro i manifestanti, che con un granello di sabbia alla volta magari si cambia il peso sulla bilancia:
http://www.amnesty.it/turchia_violenze_polizia_manifestanti
Mentre testate e tv italiane preferiscono glissare sfoderando ancora la notiziona di un Berlusconi inquisito e dei dieci saggi del governo dei "forse,ma sì, però",l'onda di solidarietà del web sta finalmente contagiando anche televisioni e giornali stranieri.
Una bandiera primavera turca |
"There are left political groups, nationalists, radical, anarchists, everyone has place. Housewives with their sons; it is a very heterogeneous opposition." Ci sono gruppi politici di sinistra- twittano da piazza Taksim alcuni portavoce della protesta- nazionalisti, radicali, anarchici, a ognuno un posto. Ci sono casalinghe con i figli: è un'opposizione molto eterogenea"
E molto pacifica, considerata la brutalità criminale della polizia è incredibile che le manifestazioni siano ancora prettamente a carattere non violento.
Ne è un simbolo la ragazza con il vestito rosso che resta ferma senza reagire davanti al getto dell'idrante che la sta colpendo in pieno, destinata a diventare un'icona di questa rivolta, come il ragazzo con le borse della spesa che fronteggiava i carri armati a piazza Tienanmen.
A chi, da qualche salotto televisivo italiano, fa superficiale ironia sentenziando che è ben diverso lottare per la democrazia piuttosto che per un parco, e che di primavera turca non si può parlare, a quegli show di pochezza professionale e personale, consiglio di aprire gli occhi e vedere che gli alberi di Gezi Park non sono un pretesto, ma un simbolo.
Di uno stato smembrato e cementificato.
Di una storia calpestata.
Di una generazione che dell'ennesimo centro commerciale non sa che farsene.
Di una democrazia non condivisa e imposta,che ha smesso di essere democrazia.
Dell'attacco al cuore libero e creativo di Istanbul.
Del sentire che siamo anche le nostre città.
Della difesa di un'idea di progresso che ormai non ha più niente a che fare con quella di capitalismo.
Del coraggio di lottare per la propria terra, senza chiedere niente in cambio se non i diritti elementari.
E non mi stupisce che nella nostra Italietta si tenda a minimizzare questa protesta, camuffando il numero dei feriti (che è salito a diverse migliaia tanto che alcuni hotel hanno messo a disposizione le proprie stanze come ambulatori), negando i morti (il cui conto forse non sarà mai fatto con certezza, ma importa davvero?) sfottendo i motivi.
Non vi ricorda niente la protesta di un popolo per la propria terra e per il proprio paesaggio?E se al posto di quel parco ci fosse una vallata? Un treno ad Alta velocità al posto di un grande magazzino?
Io vedo nello sforzo dei ragazzi di Istanbul la stessa scintilla di opposizione all'urbanizzazione scellerata che ha mosso le famiglie della Val Susa,la stessa punta di un iceberg di insoddisfazione verso quelle istituzioni che tentano di mettere la parola fine alle discussioni con un "così è deciso".
Non mi stupisco che qualcuno, nei palazzi, nelle redazioni asservite, abbia paura.
Che vigliaccamente le tv italiane seguano l'esempio di quella turca parlando di gatti,pinguini, e piogge fuori stagione invece che raccontare la brutalità della repressione, con carri armati,gas nocivi e poliziotti con la matricola abrasa dall'elmo, con metodi tanto crudeli che in molti fra le forze dell'ordine, stanno lasciando il proprio posto di lavoro.
Oggi l'intera Turchia è in sciopero,un sindaco ha chiuso l'acqua degli idranti, per impedire che fosse usata nei cannoni ad acqua contro i manifestanti. A lui, ai medici, agli avvocati, ai volontari che prestano soccorso,ad ogni singolo ragazzo ucciso, picchiato, intossicato, dovrebbe andare l'attenzione dei nostri giornalisti, non alla prova costume delle veline
"Il governo sta svendendo l’intero paese alle corporazioni per la costruzione di centri commerciali, condomini di lusso, autostrade, dighe e centrali nucleari.-denunciano i blogger turchi-Le persone che stanno marciando nel centro di Istanbul rivendicano il loro diritto a vivere liberamente e ad avere giustizia, protezione e rispetto da parte dello Stato. Chiedono di essere coinvolte nel processo di decision-making che riguarda le città in cui vivono."
E per forza dunque che qui da noi si tace.E' troppo alto il rischio che qualcuno noti le similitudini.
Troppo forte la paura che una rondine, magari solitaria, si metta in testa di portare la primavera anche qui.
Firmiamo l'appello di Amnesty International per lo stop all'uso della forza contro i manifestanti, che con un granello di sabbia alla volta magari si cambia il peso sulla bilancia:
http://www.amnesty.it/turchia_violenze_polizia_manifestanti
lunedì 3 giugno 2013
Turchia:se informarsi sulla rivoluzione di Gezi Park è un dovere.
Tre notti e quattro giorni di scontri,migliaia di feriti, un numero di morti impossibile da accertare.Il silenzio dell'informazione.
Quella che è iniziata quattro giorni fa ad Istanbul come una protesta per salvare un parco dalla cementificazione selvaggia si sta trasformando in una vera e propria guerriglia urbana.
La rivolta dei giovani turchi per fermare i programmi iperfuturisti ma soprattutto le mire dittatoriali del premier Erdogan fa paura al governo,ma indispettisce anche l'Europa sull'orlo di una crisi di nervi.
Il risultato è che giornali e telegiornali relegano la cronaca degli scontri di piazza a trafiletti e servizi di chiusura, mentre la protesta si estende a macchia d'olio infiammando anche la capitale Ankara e Izmir.
Twitter, Facebook, Tumblr e i blog indipendenti sono diventati gli unici strumenti dei manifestanti per raccontare ciò che succede. "Noi turchi dobbiamo imparare a protestare, non siamo abituati- commentano alcuni attivisti intervistati - e ad avere paura della violenza della polizia, non si fermano finchè non ti fanno del male".
La situazione è di una gravità che sfugge ai più, per la complicità di media e istituzioni che temono l'effetto domino, già per altro partito in alcuni focolai di sostegno a Berlino e Londra.
La notte è illuminata dai roghi delle auto date alle fiamme, i feriti, 58 per le fonti ufficiali, sono migliaia, i morti almeno 5 secondo i manifestanti, 2 secondo Amnesty International, che chiede a gran voce un intervento esterno per controllare la brutalità della polizia.
Idranti e granate lacrimogene sono usati come vere e proprie armi, sparati ad altezza uomo.
I proiettili veri hanno sostituito quelli in gomma e da ieri la polizia ha iniziato a sparare dalle finestre delle case.
Non ve lo diranno i telegiornali, ve lo dirà solo la rete: migliaia le foto e i video postati che testimoniano la violenza cieca del braccio armato di Erdogan.
I feriti, alcuni gravissimi, riempiono gli ospedali, ma anche gli alberghi che hanno aperto le porte ai manifestanti. Molti ragazzi hanno perso la vista, "la nostra pelle brucia" gridano nei video apparsi su twitter. La protesta a Izmir, città più lontana dai riflettori, ha subito la più brutale repressione: ragazzi e ragazze sono stati picchiati in maniera violentissima, centinaia sono stati arrestati e tutt'ora trattenuti, alcuni manifestanti sono stati colpiti alla testa da proiettili volanti. Poliziotti in borghese sono infiltrati nelle manifestazione, approfittando del caos per colpire ancora più duramente la folla che chiede solo il rispetto della propria storia, dei propri diritti, della propria società.
Adesso il pugno di ferro di quello che si sta rivelando un dittatore sta colpendo i social network: in questi minuti è stato sospeso l'account Twitter di #occupygezi, non è più possibile accedere alle foto e ai video che mostrano ragazze colpite con idranti e manganelli, teste spaccate e ragazzi svenuti per le intossicazioni da gas lacrimogeni, lanciati addirittura dagli elicotteri.
Dobbiamo fare tutto quanto in nostro potere perchè ciò che succede in queste ore in Turchia, nella Porta d'Europa, non venga oscurato.
Seguite gli hashtag #occupygezi,https://twitter.com/OccupyGezi
#direngezipark,https://twitter.com/DirenGeziParki ,su Twitter, andate in prima persona a vedere qui le foto delle violenze negli scorsi giorni:https://twitter.com/DirenGeziParki/media/grid ,
io ne ho riportate solo alcune.
Su Facebook la pagina Occupy Gezi sta facendo il possibile per mantenere alta l'attenzione, non lasciamoli soli.
La gente turca è dalla parte dei manifestanti, negozianti,albergatori, donne e uomini comuni.Il rettore dell'università di Istanbul ha posticipato la sessione d'esami per dare la possibilità degli studenti di manifestare il proprio dissenso al sistema di Erdogan,che in dieci anni con il 35% di preferenze ha stravolto la fisionomia di uno stato in favore delle proprie mire megalomani, posizionando fondamentalisti islamici in tutti i ruoli di spicco nella pubblica amministrazione e nell'esercito.
Questa è una rivoluzione buona, lo so, lo sento, lo vedo dalle poche immagini "belle" che sono apparse in questi giorni in cui sono stata attaccata a twitter per seguire le notizie.
Due su tutte: un uomo che lava gli occhi al proprio cane,accecato dai gas,in mezzo alla folla in fuga e i fiori piantati nei bossoli delle granate lacrimogene raccolte dalle strade.Anonymous e Indignados hanno già dato il proprio sostegno attivo alla rivolta.Il minimo che possiamo fare noi è tenere alta l'attenzione su questa rivolta, che potrebbe trasformarsi in una svolta, per l'Europa intera.
Quella che è iniziata quattro giorni fa ad Istanbul come una protesta per salvare un parco dalla cementificazione selvaggia si sta trasformando in una vera e propria guerriglia urbana.
La rivolta dei giovani turchi per fermare i programmi iperfuturisti ma soprattutto le mire dittatoriali del premier Erdogan fa paura al governo,ma indispettisce anche l'Europa sull'orlo di una crisi di nervi.
Il risultato è che giornali e telegiornali relegano la cronaca degli scontri di piazza a trafiletti e servizi di chiusura, mentre la protesta si estende a macchia d'olio infiammando anche la capitale Ankara e Izmir.
Twitter, Facebook, Tumblr e i blog indipendenti sono diventati gli unici strumenti dei manifestanti per raccontare ciò che succede. "Noi turchi dobbiamo imparare a protestare, non siamo abituati- commentano alcuni attivisti intervistati - e ad avere paura della violenza della polizia, non si fermano finchè non ti fanno del male".
La situazione è di una gravità che sfugge ai più, per la complicità di media e istituzioni che temono l'effetto domino, già per altro partito in alcuni focolai di sostegno a Berlino e Londra.
La notte è illuminata dai roghi delle auto date alle fiamme, i feriti, 58 per le fonti ufficiali, sono migliaia, i morti almeno 5 secondo i manifestanti, 2 secondo Amnesty International, che chiede a gran voce un intervento esterno per controllare la brutalità della polizia.
Idranti e granate lacrimogene sono usati come vere e proprie armi, sparati ad altezza uomo.
I proiettili veri hanno sostituito quelli in gomma e da ieri la polizia ha iniziato a sparare dalle finestre delle case.
Non ve lo diranno i telegiornali, ve lo dirà solo la rete: migliaia le foto e i video postati che testimoniano la violenza cieca del braccio armato di Erdogan.
I feriti, alcuni gravissimi, riempiono gli ospedali, ma anche gli alberghi che hanno aperto le porte ai manifestanti. Molti ragazzi hanno perso la vista, "la nostra pelle brucia" gridano nei video apparsi su twitter. La protesta a Izmir, città più lontana dai riflettori, ha subito la più brutale repressione: ragazzi e ragazze sono stati picchiati in maniera violentissima, centinaia sono stati arrestati e tutt'ora trattenuti, alcuni manifestanti sono stati colpiti alla testa da proiettili volanti. Poliziotti in borghese sono infiltrati nelle manifestazione, approfittando del caos per colpire ancora più duramente la folla che chiede solo il rispetto della propria storia, dei propri diritti, della propria società.
Adesso il pugno di ferro di quello che si sta rivelando un dittatore sta colpendo i social network: in questi minuti è stato sospeso l'account Twitter di #occupygezi, non è più possibile accedere alle foto e ai video che mostrano ragazze colpite con idranti e manganelli, teste spaccate e ragazzi svenuti per le intossicazioni da gas lacrimogeni, lanciati addirittura dagli elicotteri.
Dobbiamo fare tutto quanto in nostro potere perchè ciò che succede in queste ore in Turchia, nella Porta d'Europa, non venga oscurato.
Seguite gli hashtag #occupygezi,https://twitter.com/OccupyGezi
#direngezipark,https://twitter.com/DirenGeziParki ,su Twitter, andate in prima persona a vedere qui le foto delle violenze negli scorsi giorni:https://twitter.com/DirenGeziParki/media/grid ,
io ne ho riportate solo alcune.
Su Facebook la pagina Occupy Gezi sta facendo il possibile per mantenere alta l'attenzione, non lasciamoli soli.
La gente turca è dalla parte dei manifestanti, negozianti,albergatori, donne e uomini comuni.Il rettore dell'università di Istanbul ha posticipato la sessione d'esami per dare la possibilità degli studenti di manifestare il proprio dissenso al sistema di Erdogan,che in dieci anni con il 35% di preferenze ha stravolto la fisionomia di uno stato in favore delle proprie mire megalomani, posizionando fondamentalisti islamici in tutti i ruoli di spicco nella pubblica amministrazione e nell'esercito.
Questa è una rivoluzione buona, lo so, lo sento, lo vedo dalle poche immagini "belle" che sono apparse in questi giorni in cui sono stata attaccata a twitter per seguire le notizie.
Due su tutte: un uomo che lava gli occhi al proprio cane,accecato dai gas,in mezzo alla folla in fuga e i fiori piantati nei bossoli delle granate lacrimogene raccolte dalle strade.Anonymous e Indignados hanno già dato il proprio sostegno attivo alla rivolta.Il minimo che possiamo fare noi è tenere alta l'attenzione su questa rivolta, che potrebbe trasformarsi in una svolta, per l'Europa intera.
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