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giovedì 11 giugno 2015

Social Menti Utili

Genialate e idiozie da social network.

Ogni grande rivoluzione tecnologica e sociale è stata preceduta da una grande rivoluzione di comunicazione. Senza i collegamenti transatlantici, il telegrafo, il telefono le rivoluzioni industriali, i boom economici e democratici dell’ultimo secolo e mezzo, perfino le guerre, sarebbero andate diversamente.
Se non avessimo mai visto le foto dai campi di concentramento, la seconda guerra mondiale sarebbe andata nello stesso modo? Magari no, magari vivremmo in un mondo come quello ipotizzato ne “La svastica sul sole” più di 50 anni fa.

Comunicare, condividere non solo è parte del nostro essere animali e umani, ma è un elemento imprescindibile della nostra società e della sua evoluzione.
Ma vi confesso che negli ultimi tempi a giudicare dalle nuove forme di comunicazione mi sto convincendo sempre più che andiamo verso una rivoluzione di idioti, creduloni e fanfaroni.


Vi descrivo la scena che mi ha fatto precipitare definitivamente in questa convinzione:
Interno, giorno, La BisbEtica naviga su Facebook cercando una scusa per non studiare inviando oziosamente inviti ad uno spettacolo di Ascanio Celestini.
Sulla bacheca appare, ben 2 volte, il post del secolo: foto di repertorio di bambini, somali credo, che tendono le braccine scheletriche verso del cibo, con costole a vista e visi disperati, nella cornice nera del post auto prodotto con la frase: Facebook donerà 1 euro per ogni condivisione per sfamare questi poveri bambini.
Millemila condivisioni.
Davvero? Il mio amico Emiliano mi perdonerà se uso la sua parola feticcio ma, davvero?
Davvero ci credete che condividendo una foto, che per altro è del 1991 (quei bambini se sono stati sfamati adesso sono ultratrentenni e altrimenti direi che è troppo tardi), questa fantomatica entità sovrumana chiamata FEISBUC donerà dei soldi a degli imprecisati bambini africani affamati?
Per carità, in Africa i bambini, e gli adulti, che muoiono di fame ci sono ancora, davvero: sono gli stessi che annegano sui barconi che attraversano il Mediterraneo, sono gli stessi che vengono qui a “rubarci il lavoro”, sono proprio lì, su quelle carrette del mare che la Meloni vuole bombardare.
Ci sono bambini che muoiono di fame e malnutrizione anche in Asia, Nel centro e sud America, nell’est Europa, nelle periferie delle grandi città.
Sono lì, non in quella foto.
Credete davvero che i chirurghi aspettino in sala operatoria di vedere salire i like sotto la foto di un bambino ritratto in primo piano con la cannula dell’ossigeno per iniziare a operarlo?

Da questo momento di estrema dimostrazione del fallimento del darwinismo sono partite alcune elucubrazioni: quand’è che l’utilità di questo nuovo e fantasmagorico strumento dell’internet si è trasformata in un megafono per cretini?
C’è qualcosa di molto sbagliato in come si stanno evolvendo le comunicazioni sui social: migliaia di persone che vomitano la loro vita privata in bacheca, anoressiche che postano le foto dei loro pranzi da McDonald’s, Marie Goretti che a mezzanotte letto, coperta, camomilla che hanno la bacheca intasata di foto di cocktailoni in primo piano, personaggi incapaci di distinguere la congiunzione disgiuntiva “o” dalla voce del verbo avere “ho” che pontificano sull’italianità, centinaia di foto identiche di gente che corre mentre gli spruzzano addosso del colore.
Il problema, vero, è che io di queste cose ne parli e ne scriva. Che veda più spesso i post che ci mettono in guardia dalle arance infettate col virus HIV che vengono dalla Libia, le Bufaline, che quelli che mettono in guardia sul surriscaldamento globale, dicesi signor Reale.
Che abbia la bacheca intasata da re-post di Salvini, nonostante il mio minuzioso e continuo lavoro di pulizia della friends list, più che da quelli di Gino Strada.
A dire il vero il dramma è che io, come tutti voi, per comunicare usi termini come post, re post, like, e friends list.
Mi fa rabbia che il tempo, tantissimo, che passiamo sui social network, si riempia di bufale colossali pompate da inguaribili creduloni, su morti di personaggi più o meno famosi, sull’UE che vieta di coltivare l’orto in casa, sulle scie chimiche, che le notizie non servano per tenere informata la società ma siano impostate ad arte per scatenare i leoni da tastiera in centinaia di commenti aggressivi, sgrammaticati, inutili.

Avete la soluzione per tutto? Per l’immigrazione, per la crisi, per le aggressioni dell’orso, per i matrimoni gay, per curare il cancro con il bicarbonato?
Datevi da fare, entrate in politica, aprite una clinica di cure a base di cremine antiage che tolgono 90 anni di rughe in 90 secondi, polverine per dimagrire, frullati di proteine per scolpire, e mi raccomando, tutto questo continuando a dire che omeopatia e fitoterapia sono “robe da coglioni”.

Mentre mi stavo slogando Atlante e Epistrofeo a forza di scuotere la testa in segno di disgusto però, forse per il movimento della mia materia grigia in tutto quello spazio vuoto, ho avuto la vera illuminazione.
Non dovrei essere lì, a leggere le bufale, a deprimermi per il QI medio dei miei connazionali, ad augurare iettature a certi idioti.
Perché questi strumenti, internet, social, e quant’altro, sono sì i grandi veicoli della rivoluzione del nostro tempo, ma sono pilotati, male, e con i soliti sistemi, tutt’altro che rivoluzionari.
La “gratuità” delle ricerche su Google, dei nostri diari su Facebook, delle nostre belle foto su Instagram la paghiamo con le nostre informazioni, e spesso con la nostra libertà.

Credete davvero che la visibilità di eventi, personaggi, notizie, dipenda dal loro valore? Col cavolo. Dipende da un misterioso algoritmo che sostanzialmente funziona in un modo solo: paga, e fa ciò che vuoi.
Bello questo concerto con 8000 partecipanti: paga e fa ciò che vuoi.
Interessante questo post con 1500 like: paga e fa ciò che vuoi.
Che seguito questo personaggio, 30.000 follower: paga, e fa ciò che vuoi.
E questo meccanismo contagia, giornali, radio, televisione, siti di informazione.
E allora che ci faccio qui, su un blog a scrivere un post che finirà poi su un social network?
Perché credo che siano le persone a decidere come usare le cose, e non il contrario.
Questi strumenti, che sono solo questo, strumenti, come una forchetta, un’accetta, una pala, possono essere usati nel male, o nel bene. Sono io che decido se usare la forchetta per papparmi una fiorentina o un’insalata, non è la forchetta che è vegetariana, sono io che decido se usare l’accetta per uccidere mia moglie e la pala per far sparire il corpo, o di farne strumenti per costruire la casetta sull’albero dei miei figli.
Sono io che posso decidere di usare internet, i social network , questo potentissimo strumento per fare informazione vera invece che per diffonder bufale, per creare una rete di economia collaborativa invece che un network marketing, di usare Youtube per condividere conoscenza a livello globale con i MOOC invece che per guardare i video di Andrea Diprè.

E’ l’era del digito ergo sum, e allora possiamo scegliere di essere quelli che scommettono sui pro di questo strumento, invece che sulle sue, innumerevoli, pecche e strumentalizzazioni.
Alcune belle cose che possiamo fare con questi strumenti, diversamente da dieci anni fa: finanziare, davvero sta volta, progetti ecampagne con il crowdfunding, regalare e ricevere in regalo, condividere, prestare, vestiti, case,  macchine, viaggi, vacanze,  cibo nelle piattaforme di sharing economy e commons collaborativo, informarci, seriamente, su quello che accade dall’atra parte del mondo come se succedesse nel cortile di casa e interrogassimo la nostra vicina impicciona. Lanciare e sostenere campagne chespostano opinioni, e a volte salvano vite.
Accendiamo il cervello prima che lo smartphone la mattina, la coscienza prima dello schermo del computer.
Perché una rivoluzione la fanno le persone che la vogliono, non gli strumenti che la veicolano.


Ah, e se ve lo state chiedendo, sì, è proprio di voi che stavo parlando.

mercoledì 3 giugno 2015

Meravigliosa fatica

Fatica.

Fino a qualche anno fa la prima parola che mi veniva in mente quando guardavo uno spettacolo teatrale, una performance, un balletto, era bellezza. Ora quando guardo un attore su un palco, una ballerina sulle punte, un circense sul filo penso “Fatica”.

Dopo tante esperienze da spettatrice e qualche sporadica da protagonista vedo quanta fatica, quanto amore, quanto sforzo, quanto impegno, quanta dedizione si nascondono dietro quell’unico gesto perfetto, dietro il tono giusto con cui lanciare quella frase nella platea, dietro il balzo armonioso di una ballerina.
Non solo i muscoli che si contraggono, la concentrazione fra le pieghe del volto, il sudore che cola sulle fronti, vedo lo sforzo che sta dietro, dietro al sipario, dietro agli applausi, ai costumi di scena al respiro profondo prima del balzo.

Gli anni per imparare un passo, i mesi per trovare il risuonatore giusto con cui dire una battuta, i giorni passati a riprovare un numero, una nota, le domeniche investite per trovare l’energia perfetta per raccontare la storia.


Vedo la dedizione di chi compie lo sforzo ulteriore di unire all’amore per l’arte quello per il messaggio, l’ardore negli animi di chi mette in scena uno spettacolo di teatro civile, fra le note di un musicista che racconta una storia. Riesco a scorgere quanto si possa essere nudi e soli dietro a una maschera di fronte ad una platea gremita.

E’ in questa fatica che vedo la bellezza. La percepisco ogni volta che una battuta colpisce uno spettatore aprendo per un secondo uno spiraglio sull’immenso lavoro che c’è dietro, al momento in scena, alla mezz’ora sul palco, sento la purezza del lavoro dell’artista quando una nota si fonde a una parola e a un movimento per diventare qualcosa di molto più grande: una scintilla di universo.

Da questa fatica, da questa bellissima fatica, mi lascio travolgere quando sono spettatrice, quando di fronte a me c’è chi mette in gioco se stesso non per gloria, non per fama: perché non potrebbe fare altrimenti.
E’ questa, questa la bellezza che salverà il mondo di cui parlava Dostoevskij, la bellezza dello sforzo di dar vita a amori, orrori, ideali, avventure, magie, microcosmi e universi, di fare della propria carne la carne del mondo.

Lì c’è verità, lì c’è bellezza. Premiamo questa fatica, ogni volta che possiamo.
Anche perché, c’è tutta un’altra fatica, ancora più invisibile: quella di chi si impegna perché tutta questa bellezza arrivi a portata di mano, e di cuore, per ognuno di noi.

Qui, vicino a casa mia, fra Mezzolombardo, San Michele e Mezzocorona, sta per iniziare un festival, Solstizio d’Estate, che da 25 anni porta musica, teatro e danza in paesi da poche migliaia di abitanti. E’ il risultato di mesi di lavoro, di volontari, di giovani, che credono che valga la pena perdere, serate, notti, settimane d’estate per potare in scena chi racconta storie. Che credono che questa bellezza meriti tutte le loro energie, anche se in platea dovesse esserci un solo spettatore ad applaudire per quella splendida fatica.

Orti urbani, bombe atomiche, circhi, giardinieri nomadi, reginette di bellezza, orrori, stupori, suicidi, germogli, coltivatori di alberi secchi, pescatori di anime, cantastorie d’estate, amore, disamore, violenza, coscienza, sentimenti, dialoghi, pentimenti, nani, ballerine, fantasmi, fenomeni da baraccone, pianoforti, chitarre, voci, spartiti, copioni, attori, musicisti, cantanti… storie.
Quanta fatica ci vuole per farli stare tutti su un palcoscenico lungo più di un mese?
Tantissima, per fortuna, perché la fatica è bellissima da vedere.

E se credete, come me, che la bellezza salverà il mondo, venite a vedere cosa c’è dietro questo sipario, allora.
21.30.

Mezzocorona.


mercoledì 13 maggio 2015

Che succede in Mecedonia?

O meglio, sapete che sta succedendo qualcosa di molto preoccupante ai confini dell’Europa?

La notizia è passata in sordina nei giorni scorsi, e quando è arrivata è stata condita con un’accozzaglia di luoghi comuni e manifestazioni di cattivo giornalismo all’italiana. 
Forse, se vi siete proprio proprio voluti informare avrete letto qualcosa del genere: “Macedonia, scontri con gruppi armati al confine con il Kosovo: almeno 5 morti. Forze speciali macedoni assediano un quartiere musulmano di Kumanovo, al Nord del Paese. Le autorità: conflitto con "un gruppo armato arrivato da un paese vicino, ci sono 5 poliziotti morti e 30 feriti. Possibili vittime anche nei commando".

Probabilmente la notizia sarà finita nel dimenticatoio del nostro cervello dove accatastiamo tutti gli attentati, le stragi, i drammi legati al terrorismo fuori dai confini occidentali.  Ma la storia in Macedonia, non è del tutto chiara.
Innanzitutto due delucidazioni sul Paese dell’Est Europa: è uno stato della penisola balcanica incastrato fra Albania, Grecia, Kosovo, Serbia e Bulgaria. Non è riconosciuta formalmente come Repubblica di Macedonia ma solo come Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia a causa della disputa sul nome avviata dai vicini Greci, che temono che lo Stato confinante avanzi pretese tese a ristabilire i confini della Macedonia Storica, che comprende anche una regione nel nord della Grecia.
Oltre alla disputa con la Grecia, la situazione in Macedonia è delicata per la presenza di oltre un 20% di cittadini di etnia albanese, con la lingua albanese riconosciuta come ufficiale dove quest’etnia rappresenti più del 20% della popolazione.
Circa il 64% dei macedoni sono ortodossi, albanesi, turchi e rom sono per lo più musulmani.

Questi tre elementi sono sa tenere presenti perché al contrario di come se ne è parlato, e come temo se ne tornerà a parlare, quello che sta succedendo in Macedonia non è una crisi di origine etnica, tantomeno religiosa.

Negli ultimi mesi migliaia di sostenitori dell’opposizione socialdemocratica hanno iniziato a contestare aspramente il governo. L’esecutivo del premier Nikola Gruevski è accusato di aver insabbiato l’omicidio di un ragazzo, Martin Neskovski, ucciso da un poliziotto nel 2011. Inoltre, secondo l’opposizione, Gruevski  avrebbe messo in piedi un sistema di intercettazioni illegali nei confronti di politici, leader dell’opposizione, giornalisti, imprenditori, leader religiosi e magistrati. Quasi 20.000 persone.
Sabato 9 maggio i militari governativi Macedoni sono entrati a Kumanovo, una città al confine con Serbia e Kosovo, con mezzi blindati e artiglieria, per catturare, ufficialmente, un gruppo di “ribelli” che avrebbe attaccato un posto di polizia. Negli scontri sono morte 25 persone, far cui 6 poliziotti. L’esecutivo ha calcato la mano sulla forte componente etnica in questo scontro, i “ribelli” erano albanesi. Agitare lo spettro della guerra civile è un tentativo disperato di spaccare il fronte della protesta, ma nei fatti le manifestazioni in corso a Skopje, nella capitale, vedono unite le due comunità, la maggioranza slavo-macedone la popolazione di etnia albanese. 

Un tentativo di Divide ed impera? Un piano di strumentalizzazione di un atto violento non nuovo nella sfera balcanica? Mentre opposizione e maggioranza si rimpallano le responsabilità, sotto la superficie potrebbe nascondersi un’eventualità ancora più preoccupante…
Nel territorio macedone sta per partire la costruzione di un nuovo gasdotto, una continuazione del condotto “South Stream” che dalla Russia porterebbe gas naturale a prezzo più basso in Grecia, e quindi in Europa. E qui, non solo tabloid e complottisti ma anche alcuni fra i più autorevoli quotidiani dell’Est Europa, ravvisano uno di quei tentativi di alzare un polverone da gettare negli occhi del pubblico tanto caro a una certo Stato del mondo. A un certo Stato che in tante crisi ha messo uno zampino che si chiama Cia.
Potrebbero essere solo supposizioni, ma un po’ di puzza di bruciato, anzi, di metano, si sente eccome.
Nel frattempo due dei ministri del governo Guevski si sono dimessi, assieme al capo dei servizi segreti, Miajalkov, accusato di avere rapporti con la banda criminale albanese al centro del disastroso intervento a Kumanovo, ma il rimpasto sa di lavoro di facciata, una mano di fondotinta su un volto in putrefazione.
Il banco di prova della società civile del #protestiram sarà il prossimo 17 maggio, con la manifestazione antigovernativa prevista nella capitale, e con i suoi esiti.

Spero di sbagliarmi, ma credo che ci sarà qualcosa di cui parlare. Spero di sbagliarmi, ma credo che comunque difficilmente se ne parlerà.
#EyesOnMacedonia: restiamo a concentrati, o potremmo trovarci a restare a guardare, ancora una volta, lo scoppio di una crisi nei Balcani.

Per seguire gli sviluppi: La BisbEtika, e  East Journal.

martedì 21 aprile 2015

Abitare l'ambiguità

Mauro Cereghini è il terzo intervistato eccellente di “operazione cooperazione”. Discutere con lui di sviluppo e cooperazione internazionale è stata una fonte di spunti e riflessione che sono felice di condividere con voi. Per esempio, a cosa pensate se leggete di “animatori di comunità”? Se pensate ad un villaggio turistico e al karaoke questa intervista vi interesserà. 

Cereghini attivista, ricercatore e formatore sui temi della mediazione e della cooperazione internazionale, in particolare nell’area balcanica, ha lavorato all’Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace di Rovereto e alla Fondazione Alexander Langer di Bolzano, è stato direttore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso e della Cooperativa Unimondo. Attualmente è presidente del Centro per laFormazione alla Solidarietà Internazionale di Trento, organizzazione impegnata a migliorare la conoscenza e le abilità di chi è coinvolto nella cooperazione internazionale.
Cooperazione sviluppo e solidarietà, cosa significano?
Le parole sono importanti, è giusto fare attenzione, ma a volte sono un gioco e bisogna capire cosa si intende. In campo internazionale cooperazione internazionale e solidarietà internazionale sono sinonimi, che intendono una serie di cose. Tradizionalmente la cooperazione internazionale riguardava il rapporto con un altrove: politiche economiche, sanitarie, ambientali, e allo sviluppo. Si intendeva quella parte legata alle politiche del cosiddetto sviluppo. Per l’ambiguità si è cominciato a parlare di solidarietà per intendere la cooperazione no profit. In generale poi, se si parla di solidarietà come aiuto, io lo trovo un termine un po’ superato. Ci sono tentativi di riformulare il concetto, come interscambio fra realtà diversamente ricche, in una logica di interscambio più che di trasferimento.
Dal su punto di vista i progetti nati da realtà locali dei paesi in via di sviluppo, hanno maggiori possibilità di successo della cooperazione che “viene da fuori”?


Bisogna distinguere l’intervento di emergenza e la cooperazione continuativa. Nel primo caso l’aiuto esterno è vitale, ma il cambiamento in una prospettiva continuativa non possono che farlo attori locali, con risorse locali, che possono essere incentivate anche da fattori esterni. Posto che non sono un purista del “solo loro possono”: ogni comunità ha le proprie problematiche e malfattori. Soprattutto in un mondo attuale lì e qui sfumano. Si può benissimo avere un attore locale eterodiretto che è la risorsa del progetto, così come un attore esterno che può avere competenze utili. Sfumerei questo confine.  Non esiste l’idea di trasportare il cambiamento.
Chi sono dunque e che scopo nel lavoro dei cooperanti?
Esistono operatori umanitari (sul campo), cooperanti e tecnici, più presenti nell'immaginario così come ad esempio la figura del missionario. Tutte hanno delle peculiarità e le rispetto, il testimone e il professionista: hanno comunque caratteristiche positive e negative. Credo che una figura interessante da sviluppare sia quella degli “animatori di comunità”, di reti di interscambio, per così dire: persone e realtà che sappiano essere trasformatori sociali là e qui. Se una persona non si integra nelle dinamiche di cambiamento sociale di Trento difficilmente sarà in grado di farlo a Quito. Mi interessa ad esempio chi si lavora nel commercio equo e solidale internazionale e si impegna a conoscere i produttori con trasferte nei luoghi dove lavorano pur tenendo aperta la propria bottega, magari, a Trento. 
Si può fare cooperazione internazionale anche stando a casa propria quindi? 
Ci si deve muovere. E’ necessario per lavorare in questo settore. Ma bisogna restare legati a un luogo. Anche costruire relazioni di interscambio è cooperazione, quindi anche stare “a casa propria” può essere un modo per fare cooperazione in un certo senso. Magari tentando prima di scoprire quali parti di casa nostra sono già occupate dal mondo, cercando poi di costruire  uno scambio positivo con le risorse del proprio territorio e di quello altrui.

Molti fra quelli che lavorano in questo campo, affermano che la cooperazione non funziona quando tutto è regalato. C’è una cooperazione che funziona meglio di un’altra?
Se non siamo in situazioni di emergenza, quando solo l’aiuto concreto ed immediato salva. Sto parlando di emergenze vere, calamità e guerre, non emergenze come “l’emergenza immigrazione” che non lo è. Ma se usciamo dall’emergenza stretta è vero, gli aiuti uccidono, se intesi come solo donazione. Sono nocivi perché sono unilaterali: è indispensabile un legame che dia potere e responsabilità, di scelta di coinvolgimento, ad entrambe le parti. Il solo dono mantiene il potere in chi lo concede. Si crea dipendenza, superiorità, invasività.
Una cooperazione allo sviluppo che funziona dovrebbe mirare a rendere obsoleta se stessa. Stiamo andando in questa direzione?

La valutazione è diversa da Paese a Paese. Prima ancora che pensare alla dimensione materiale della cooperazione come succede in molte realtà, vorrei che si prestasse attenzione alle valutazioni. Che ci fossero pensieri prima di azioni e di soldi, pensieri di cambiamento. La cooperazione ha fatto la propria crescita culturale, per lo meno dichiara l’interesse per la partnership e l’ownership locale. Lo scarto fra il dire e il fare c’è. Io vedo contemporaneamente mondi fermi che ripetono l’uguale, che nominano ancora i paesi in via di sviluppo, nord e sud del mondo, e vedo approcci più legati alla realtà e ai dati di fatto. La direzione principale è quella dall’internazionalizzazione come si vede dal cambio di posizione di Brasile,  India e Cina, ad esempio.

E’ possibile spingere uno sviluppo che sia sostenibile? O al momento conta più spingere l’uscita dalle crisi umanitarie e sociali?

Intanto bisogna capire dov’è il perno della sostenibilità, capire l’equilibrio fra sostenibilità ambientale, sociale e culturale. Non ci sono progetti sostenibili o insostenibili tout court. Detto questo, certo bisogna assumere un’ottica di lungo periodo. In passato ci sono stati enormi esempi di progetti che per sostenere un aspetto ne hanno affossato un altro. In generale più che di ricette o di modelli trasferibili bisogna parlare di scoperte, riscoperte e unicità, territoriali e culturali. La chiave dello sviluppo resta ambigua, perché trasformazione significa inevitabilmente acquisire qualcosa e perdere altro. Ovvio che gli spot di sostenibilità, i marchi fair trade, equo e sostenibile, possono essere ormai inseriti in qualsiasi tipo di progetto. Bisogna vedere se è reale l’impegno. Sapendo che non c’è bianco o nero. Il commercio equo e solidale lo è? Siamo in un mondo di contraddizioni, la purezza, per fortuna, non esiste. Bisogna saper abitare l’ambiguità. Non si tratta di risolvere un’equazione già scritta ma di avviare progetti, di avvicinarsi all’equilibrio. In questo senso il cooperante non può essere il singolo, perché ci si deve confrontare con una realtà nel suo complesso: a volte è più importante il pensare a cosa si fa che il farlo. Bisogna creare una comunità di pensiero che si incontra, perché nessuno ha le ricette, e chi pensa di avere le ricette, mente.

venerdì 17 aprile 2015

Il caro prezzo.

Oggi ho deciso di trasformarmi nell’Iva Zanicchi d’antan è lanciare una nuova serie di “Ok il prezzo è giusto”. Vorrei chiedermi, e chiedervi, se davvero sappiamo quanto costano gli aggetti, le esperienze e i servizi che acquistiamo. 

Ad esempio, in linea di massima, le brave massaie e gli studenti fuori sede più degli altri, sappiamo tutti il prezzo di un kilo di pasta, di un litro di latte, di un kilo di macinato di manzo, di una pianta di lattuga. La situazione è già più complicata se ci chiediamo: quanto costa un paio di scarpe? Una crema per il viso? Un paio di Jeans? Un automobile? La risposta non è più così semplice…. Parliamo di scarpe di alta moda in pelle di pitone albino o di un paio di flip flop dei grandi magazzini? Di una Ferrari o di un macinino da 50 cavalli? Senza stare a disquisire sugli elementi che contribuiscono a determinare il prezzo di un bene, i materiali, la pubblicità, il trasporto e via dicendo, è bene sapere che ciò che determina il prezzo di un prodotto è l’equilibrio tra domanda e offerta.
Questo significa che se un jeans viene venduto a 20 euro e un pantalone dello stesso materiale di una nota Maison di moda viene venduto a 800 e perché chiediamo di spendere 800 euro per un capo di vestiario. Non c’è dubbio che il jeans di sartoria sia realizzato con materiali di maggiore qualità, magari in Italia e quant'altro, ma questo non giustifica un prezzo 40 volte superiore al suo omologo. E’ il consumismo, bellezza.
 Il problema, la spina nel fianco che mi tiene scomoda rispetto a questo meccanismo è che, in effetti, nessuno di noi ha idea di quale sia il reale costo di ciò che compriamo.  Ogni chilo di pasta, di carne e di verdura, ogni paio di scarpe, ogni automobile oltre al prezzo sul cartellino ha un costo sommerso, in termini di esternalità negative.
 Queste esternalità non sono altro che le conseguenze derivanti da una certa attività, produttiva in questo caso, che pesano in termini monetari o di sacrifici, sull’intera comunità, e non sui produttori. Un esempio: la produzione di un pallone da calcio costa, mettiamo, 1. Il produttore cercherà tutti i modi per abbassare il costo di produzione, dislocando l’azienda dove il costo del lavoro è minore o le regole per il rispetto dell’ambiente sono meno rigide. Probabilmente riuscirà ad abbassare il costo a 0,5. Noi, che fino a ieri compravamo il pallone a 4 magari lo potremo comprare a 2, o comprarne 2 al prezzo di uno!
Abbiamo risparmiato? NO.
Per produrre quel pallone da calcio hanno inquinato un fiume con le scorie, avvelenato i lavoratori con le sostanze chimiche, abbattuto un pezzo di foresta pluviale per installare la fabbrica. Questi costi, sia in termini monetari, gestioni delle conseguenze ambientali da parte degli Stati, aiuti allo sviluppo per sostenere i lavoratori, che di rinunce, non avremo più la possibilità di bere da quel fiume o respirare l’ossigeno prodotto da quella foresta, vengono pagati da ogni individuo. Se potessero ricadere sul produttore magari improvvisamente il pallone costerebbe 6. Il che non sarebbe necessariamente un dramma. Prima di tutto perché sarebbe uno stimolo per la società civile a chiedere una produzione sostenibile, la produzione intensiva non lo è in maniera esponenziale, in secondo luogo perché ci farebbe capire che non ci servono 2,3,4,5 o 6 palloni.
Il disboscamento nella foresta di Willamette, Oregon.

Non ci serve mangiare carne tutti i giorni, se per produrre ogni etto di carne vengono abbattuti sei metri quadri di foresta pluviale con i 75kg di forme di vita che contengono. Non ci serve una macchina a persona in una famiglia. Non ci serve il nuovo deodorante che fa le ascelle glitterate, o l'idromassaggio a ozono per cani. Non ci serve cambiare telefono ogni 3 mesi. Credetemi, non ci serve. Non ci serve prendere un antibiotico per il mal di gola, non ci serve.  Il “benessere” che ormai associamo all’avere tutto, e più, e in avanzo, dal mio punto di vista, è tutta un’altra cosa. Io sto bene quando sento che quello che compro è necessario, quando scelgo un prodotto più etico e meno impattante, quando sono in grado di fare delle rinunce, perché il mio “benessere” è la speranza di non mandare le prossime generazioni a sbranarsi a vicenda per acqua, cibo e aria. Il dramma, è che mentre nell’Occidente bulimico qualcosa si sta muovendo nella direzione della decrescita e della sostenibilità, ebbene sì ci sono sempre più persone che vivono senza macchina, senza sprechi e addirittura senza soldi, l’industria continua a creare bisogni. E purtroppo, sta allargando questo modello anche alle economie emergenti e ai nuovi giganti. Ci sono sempre più realtà che hanno concentrato sulle zone povere e in via di sviluppo il proprio impegno per creare bisogni.
Coca Cola ha creato il kit per trasformare le bottiglie di plastica in annaffiatoi, giocattoli e porta spazzolini. Lo regala con ogni bottiglia in qualche (non si capisce quale) Paese del "terzo mondo". Bene. Bravi. Ma a loro, come a noi, non serve la coca cola, né la bottiglia di plastica. Ai bambini guatemaltechi non serve essere nutriti a bibite gasate e patatine, quando le loro famiglie non riescono a comprare riso e fagioli per evitare che muoiano di malnutrizione. Alle donne colombiane non serve un kit di creme “antirughe” da 500 dollari, perché ogni 2 minuti muore una donna di parto, e la gran parte del paese vive con meno di 4 dollari al giorno nel mezzo di una guerra civile che dura da decenni e ha fatto 270.000 morti.
Eppure, lì e altrove le multinazionali stanno esportando pubblicità, catene di negozi e vendite piramidali. Eppure ci stanno riuscendo a convincere le donne indiane che a loro serve la borsetta firmata, le famiglie che vivono negli immondezzai che la tv satellitare è necessaria. A dire il vero sono anni che questa subdola infiltrazione va avanti: La Nestlè è stata chiamata in causa perché in sud e centro America, in alcune zone dell’Africa e dell’India ha spinto così tanto, attraverso campioni gratuiti e spot, il consumo del latte artificiale che la mortalità infantile ha subito un aumento, poiché le donne non allattavano più al seno.
Il benessere, lì, come qui, è un’illusione, una bugia, un tira e molla con la parte più fragile dell’animo umano.
 Finchè non capiremo questo saranno inutili le campagne contro i big della moda che sfruttano i lavoratori in India, contro i produttori di carne che disboscano l’Amazzonia, le multinazionali, le case farmaceutiche, perfino i mercanti d’armi. Quelle sono solo le parti superiori di un castello di carte, alla cui base ci siamo noi e i bisogni che ci hanno convinti di avere. E’ per questo che dobbiamo comprendere prima di ogni altra cosa il vero costo di ciò che compriamo. E’ per questo che dobbiamo allargare la visione alle conseguenze e spingere la nostra evoluzione empatica, sociale, culturale e spirituale verso la consapevolezza. La consapevolezza che per permettere ad alcuni di avere troppo, più che troppo, la maggior parte non ha niente oltre la disperazione. La consapevolezza che se il piano funzionerà, se tutto il mondo comincerà a consumare come noi, il sistema imploderà. Addio macchine, addio jeans da 800 euro, addio creme e cremine, benvenuto medioevo.
La consapevolezza che l’essere è quello a cui dovremmo aspirare, più che all’avere, che la vera ricchezza sta nell’equilibrio, fra natura e uomo, fra fame o obesità, nell’empatia, nella felicità, nella coesione, nella pace. La ricchezza c’è, si tratta di mobilitarla. Io sto cercando di arricchirmi, e voi?

lunedì 30 marzo 2015

Santi,poeti e cooperanti: lo sguardo sul mondo della cooperazione italiana di Roberto Belloni



Roberto Belloni è un professore associato dell’università di Trento. Ma non è solo per la sua competenza accademica che ho deciso di parlare con lui, ancora una volta, di cooperazione e società. Ero convinta che il suo punto di vista sarebbe stato utile e interessante, non solo per le pubblicazioni, per gli articoli e il ruolo che riveste: ma perché Roberto Belloni prima che dietro una cattedra è stato sul campo. E’ il professore che non ti aspetti, che è stato in Ex Jugoslavia a lavorare per la democratizzazione quando il bubbone del conflitto etnico e della guerra civile era appena scoppiato, quando della cooperazione si parlava appena. E la mia convinzione, a giudicare da quest’intervista, era ben riposta.

Tanti anni a contatto con la cooperazione internazionale, sia sul campo che come accademico, come è cambiato il ruolo di organizzazioni internazionali e cooperanti nel corso della sua esperienza?
Certamente nell’ultimo periodo si è avviato un processo di professionalizzazione, accentuato negli ultimi anni. Negli anni ’90 era possibile entrare nel mondo della cooperazione con poche competenze, mentre la figura del cooperante di oggi mi sembra si sia progressivamente arricchita di capacità tecniche e manageriali, oltre che organizzative, soprattutto all’estero. Per fare questo lavoro non basta la vocazione, sapere la lingua, sapersi rapportare alle popolazione: è necessario avere competenze, perchè il settore si è aziendalizzato in termini sempre più manageriali. E’ tutto molto più burocratizzato. Vent’anni fa c’era più improvvisazione, eravamo più sprovveduti forse. Era un approccio più avventuristico, ma non necessariamente il nuovo assetto è più valido: da un punto di vista ci sono più conoscenze, dall’altro si è persa la creatività, l’intraprendenza individuale. C’è un trade off fra le due cose.
A fianco ad un numero crescente di giovani che mirano a fare della cooperazione il proprio mestiere, crescono anche la diffidenza e le critiche verso le organizzazioni internazionali, governative e non governative, qual è il suo punto di vista rispetto a questa situazione a due facce?
Quella che si è diffusa, specialmente nel nostro Paese è una visione strumentale, volta a giustificare i tagli alla cooperazione, che non sono dovuti, come spesso si tende a pensare, al fatto che la cooperazione sia pessima, il meccanismo è contrario: visto che i soldi non ci sono allora viene descritta in maniera pessima (basti pensare ai tagli al settore apportati dal governo Berlusconi). Nell’agosto 2014 c’è stata una nuova legge quadro per disciplinare gli aiuti internazionali, che prevedeva la realizzazione di un’agenzia, mai creata. Ma quello che traspare principalmente dalla legge è che la cooperazione interessa più che altro come ponte di lancio per industrie italiane, come rapporto con attori privati. Per i giovani, forse l’interesse in controtendenza con l’opinione generalizzata è suscitato anche dalla difficile crisi economica e dalla mancanza di alternative tradizionali.
A guardare le reazioni della società rispetto agli ultimi eventi sembra che il ruolo di cooperanti e corrispondenti sia sempre più visto sotto una cattiva luce, è reamente così? Quale potrebbe essere secondo lei il motivo?
Molto dell’astio della società mosso dalle storie personali dei cooperanti. Nel caso di Greta e Vanessa, ad esempio, molte delle reazioni sono state mosse dal fatto che questo è un paese conservatore: il fatto che fossero donne è sufficiente a far accendere l’astio, anche nei giovani. Forse per i più avrebbero dovuto restare qui, fare figli e fare le casalinghe. Vittorio Arrigoni, pur essendo di sinistra era un uomo, e le critiche sono state più sparute.
C’è una cooperazione giusta e una sbagliata?
In termini semplicistici: starei lontano dalla questione preparazione (sprovvedute, o non sprovvedute, giusto o sbagliato).Direi che ci può essere un cooperante bravissimo, dal punto di vista tecnico, un ingegnere ad esempio, che magari non ha le conoscenze socio politiche del posto dove lavora: anche una coop perfetta dal punto di vista tecnico può essere inutile o dannosa.
Un esempio: una strada può essere ben costruita, ma potrebbe essere usata da mezzi militari per peggiorare le condizioni di una parte della popolazione in Paesi in crisi. La cooperazione “buona” tiene in considerazione gli aspetti del contesto in cui interviene, e dei possibili impatti dell’intervento. Quella “non buona” è quella strettamente tecnica, e c’è ancora. Agli inizi degli anni’90 il Rwanda era un esempio di cooperazione che funzionava, perché il pil era cresciuto dopo l’intervento internazionale, e c’era momentanea pace, e progresso. Pochi anni dopo è stato teatro di un genocidio da un milione di morti..
Com’è cambiato il ruolo delle istituzioni nazionali e sovranazionali rispetto alle crisi umanitarie? Ci sono differenze fra la guerra civile nei Balcani dei prima anni novanta e l’attuale crisi in Siria?
Al di là dei dettagli della situazione specifica, in realtà le differenze sono pochissime, Dai Balcani in avanti la teoria e la pratica degli interventi è stata mossa dal contenimento, ovvero dall’intervento palliativo locale che ha però come scopo ultimo tutelare i paesi occidentali, contenendo le migrazioni eccessive. L’atteggiamento di fondo è di aiuto strettamente umanitario, senza intervento politico forte. Perché una visione politica rispetto alla soluzione non c’è. Un intervento dei caschi blu in Siria non credo proprio ci sarà, almeno per il momento. Manca una visione strategica.
Cooperanti e ONG, come sono tutelati a livello nazionale?
C’è tutela formale tale per cui le ONG possono chiedere riconoscimento, hanno quindi facoltà di presenziare come interlocutori ai tavoli dove si decidono le gestioni delle crisi. Sull’aspetto del lavoro sul campo ci sono più problemi, in particolare in situazioni di conflitto. I rischi inevitabilmente ci sono, fanno parte dell’essenza stessa di questo lavoro. Le soluzioni non sono così immediate: si può tentare di far capire ai contendenti che non si è schierati (ad esempio come fa Emergency, con medici e personale disarmato, che cura tutti). Un secondo approccio è assumere milizie locali (come hanno fatto alcune ONG Italiane in Somalia) pagate. La terza è quella di affidarsi a truppe internazionali se presenti sul territorio, lavorando a stretto contato con loro. Il problema sta nel fatto che ci si associa all’esercito nel bene e nel male, e il cooperante diventa un target, restringendo lo spazio umanitario. L’Italia tutela i suoi cooperanti, ma in quanto cittadini all’estero, senza normative dedicate.
E’ necessaria una maggiore consapevolezza? Una maggiore informazione? Se sì secondo lei da dove vengono queste carenze: informazione, istituzioni, istruzione?
Sì. Ci sono carenze nel sistema dell’informazione, che tende a semplificare e non approfondisce. Non si parla tanto di esteri, e se lo si fa lo si fa con una prospettiva nazionale. Alcune settimane fa in Libia erano tutti pronti a intervenire, ma pochi pronti a capire cosa stava succedendo. E su questo hanno responsabilità politica e informazione. L’istruzione è anche molto lacunosa, ma ci sono casi di progetti pilota nelle scuole per rendere i ragazzi più consapevoli, anche se sospetto che le iniziative siano più individuali, mancano quelle sistematiche.
Come e attraverso quali canali è possibile avvicinare il pubblico a realtà come la cooperazione e a quelle in cui la cooperazione opera?
C’è qualche canale utile. Riviste, siti: Internazionale è uno strumento abbastanza utile, Limes, e c’è tanto in lingua inglese, il Guardian Weekly, L’Economist, che pur da un punto di vista conservatore copre bene la politica internazionale. E poi i siti specializzati: sul medioriente funziona molto bene Haaretz. Ma al di là dell’offerta informativa, purtroppo nel pubblico c’è molta pigrizia. Le notizie si consumano velocemente, senza approfondirle.


lunedì 23 marzo 2015

Se la stampa non è un'opinione: il punto di vista di Ugo Tramballi

Una conversazione con il giornalista del Sole 24 Ore , su informazione, cooperazione e società.







Spunti interessanti,e magari inaspettati, da questo  giornalista con la G maiuscola.

Ugo Tramballi "Ha iniziato la carriera di giornalista nel 1976 al Giornale di Montanelli; dal 1983 è stato inviato speciale in Medio Oriente, India e Africa e corrispondente di guerra in Libano, Iran, Iraq, Afghanistan e Angola. Tra il 1987 e il 1991 è stato corrispondente da Mosca. Dal 1991 è inviato ed editorialista di affari internazionali al Sole 24 Ore.È membro dell’Istituto affari internazionali di Roma, del Centro italiano per la pace in Medio Oriente di Milano, Media Leader del World Economic Forum." (da "Ilsole24ore.com) in diretta da Gerusalemme, la sua chiacchierata con La BisbEtika:


Qual è secondo lei il ruolo della stampa e dei mezzi di informazione nel riportare ciò che succede oltre i confini statali? Il rischio strumentalizzazione è dietro l’angolo, i titoloni spaventano il pubblico o danno semplicemente ai lettori quello che vogliono?
Il ruolo della stampa dovrebbe essere informare nel migliore dei modi possibile, ma non sempre è così: sia dentro che fuori i nostri confini. Ma in Italia, riguardo agli esteri, non penso tanto a una volontà di strumentalizzazione da parte di qualche centro di potere – a volte tuttavia accade - quanto a una via di mezzo fra il sensazionalismo e un modo di accontentare i lettori che, in generale, di esteri ne sanno ancora meno dei giornalisti. Scrivere per esempio la sciocchezza che l’Isis sta per arrivare a Roma, ha più effetto che tentare di spiegare quanto effettivamente il califfato sia una minaccia.
Spesso valutando gli avvenimenti sarebbe buona regola chiederci chi ci guadagna, quindi chi guadagna secondo lei da un’informazione a volte univoca?
Credo poco alle teorie della cospirazione o all’esistenza di un Grande Fratello: a volte è solo ignoranza o mediocrità di giornalisti ai quali piace sposare cause piuttosto che tentare di capire le ragioni degli uni e quelle degli altri in un conflitto.
L’ inviato di guerra, il corrispondente dall’estero: sono ancora ruoli necessari per un’informazione che al giorno d’oggi passa per la rete e la sua capillarità a portata di click?
L’inviato – che sia di guerra, di avvenimenti interni, di esteri o di mafia da Palermo – è una delle prime vittime del web. Chiunque può scrivere ciò che vuole da dove vuole; l’immediatezza della notizia trionfa sulla “slow news”, cioè sul tentativo di approfondire e ragionale. Il web ha molti pregi ma alcuni gravi difetti: uno di questi è la scomparsa della sana abitudine di verificare le fonti. Dare in fretta la notizia è ormai più importante che verificarne la veridicità.
Un’esperienza decennale nel raccontare il Mondo, anche in situazioni critiche, si è mai sentito davvero in pericolo?
Non mi piace rispondere a questa domanda che, stranamente, molti giovani mi fanno. Che mi trovi in pericolo o meno mentre seguo un avvenimento, è irrilevante. Non sono io la notizia: io seguo e racconto la notizia. Ma capisco che molti giornalisti, soprattutto i televisivi in zone di guerra, facciano più spettacolo che informazione, dando del nostro mestiere una falsa aurea di protagonismo. La cosa peggiore del nostro mestiere è quando un giornalista crede che la notizia sia lui che segue una notizia.
In tanti anni come corrispondente dall’estero, ha notato un cambiamento nelle tutele garantite dallo Stato a chi lavora in zone di rischio?
Non credo che lo Stato debba garantirmi delle tutele di qualsiasi genere. Se vado in una zona pericolosa, lo faccio per mia volontà, d’accordo con il mio giornale. Non ho diritto ad alcuna tutela pubblica, non sono un mutuato Inps.
Cooperanti, corrispondenti, dipendenti di aziende dislocate: si moltiplicano gli episodi che mettono a rischio la loro incolumità: dai rapimenti in Medioriente alle pressioni del Governo sui giornalisti in Cina: cosa rappresenta il rischio maggiore dal suo punto di vista?
Il rischio maggiore per un giornalista non è quando rischia la vita, per esempio in una zona di guerra: come ho detto prima è una sua scelta e non può pretendere che i combattenti tengano conto del suo “diritto” d’informare. Per i cooperanti e i dipendenti di aziende è un po’ diverso ma anche loro in genere sanno sin dall’inizio di andare a operare in zone rischiose. Il pericolo maggiore per un giornalista è quando governi e regimi tentano senza sparare di limitare il suo lavoro.
Dalla società civile e dalla politica queste figure professionali ricevono più spesso critiche e atteggiamenti astiosi, se non addirittura aggressivi, più che solidarietà e interesse: perchè? Dove sta la differenza fra i Marò e Greta e Vanessa?
Se posso dirlo, i due marò sono più vittime di quanto lo siano Greta e Vanessa. Latorre e Girone erano al lavoro, mandati in missione dal loro governo che doveva garantire un quadro legale internazionale al loro operato. Le due ragazze, con tutta la stima per i loro ideali, sono andate allo sbaraglio volontariamente e con molta ingenuità. Ci sono donne e uomini dello Stato che hanno rischiato la vita per tirarle fuori dalla Siria, della quale hanno dimostrato di non capire la profondità della tragedia.
Perché milioni di persone sono scese in piazza per la libertà di stampa di Charlie Hebdo mentre vengono accettate, anche dai governi legati da rapporti economici al gigante asiatico, le pressioni e i vincoli imposti ai giornalisti e ai loro collaboratori in Cina?
Se tu mia avessi chiesto cosa pensavo di Charlie Hebdo prima della tragedia di Parigi, ti avrei detto che quel giornale era mediocre e arrogante nella sua presunzione intellettuale di criticare e insultare chiunque. Ma a Parigi è avvenuta un’esecuzione, per questo ogni critica scompare di fronte alla tragedia e alla gravità dell’aggressione al diritto di opinione. Non è paragonabile con le pressioni che un giornalista può subire da un regime, per quanto repressivo. Il mondo è pieno di questi regimi e spesso i giornalisti subiscono pressioni anche nel mondo democratico.
Qual è il ruolo dell’informazione in questo schema? Portare verso il pubblico l’indifferenza della classe politica o viceversa? I media sono solo testimoni di queste dinamiche o anche fomentatori?

I titoli eccessivi di Libero, quelli per tutte le stagioni del Corriere della Sera, quelli marxisti del Manifesto o i titoli confindustriali del Sole 24 Ore, cercano tutti d'intercettare il loro lettore tipo. In qualche modo la libertà di stampa italiana consiste nell'avere tanti giornali di parte diversa. E' difficile trovare esempi di giornalismo anglosassone. Il quale non è assenza di opinioni ma, al contrario, la libertà di cambiare opinione a seconda della situazione e non mantenerla a seconda degli interessi dell'editore. Ovunque nel mondo democratico, la linea editoriale di un giornale tiene conto degli interessi del suo editore: succede anche al Financial Times piuttosto che al New York Times. Da noi un po' di più, al punto da essere percepiti più come strumento degli interessi degli editori che come strumento d'informazione. E' una delle ragioni delle scarse percentuali di diffusione dei giornali in Italia, da sempre. Ciononostante, anche da noi i giornali contribuiscono a formare l'opinione pubblica e l'interesse generale. Forse più di qualsiasi altro strumento.

In diretta da Trento, poco da aggiungere, se non un "chapeau" per una professionalità che abbiamo imparato a non aspettarci più.
Appuntamento alla prossima intervista della BisbEtika, questa volta con un accademico, speciale... a presto!