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martedì 21 aprile 2015

Abitare l'ambiguità

Mauro Cereghini è il terzo intervistato eccellente di “operazione cooperazione”. Discutere con lui di sviluppo e cooperazione internazionale è stata una fonte di spunti e riflessione che sono felice di condividere con voi. Per esempio, a cosa pensate se leggete di “animatori di comunità”? Se pensate ad un villaggio turistico e al karaoke questa intervista vi interesserà. 

Cereghini attivista, ricercatore e formatore sui temi della mediazione e della cooperazione internazionale, in particolare nell’area balcanica, ha lavorato all’Università Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace di Rovereto e alla Fondazione Alexander Langer di Bolzano, è stato direttore dell’Osservatorio Balcani e Caucaso e della Cooperativa Unimondo. Attualmente è presidente del Centro per laFormazione alla Solidarietà Internazionale di Trento, organizzazione impegnata a migliorare la conoscenza e le abilità di chi è coinvolto nella cooperazione internazionale.
Cooperazione sviluppo e solidarietà, cosa significano?
Le parole sono importanti, è giusto fare attenzione, ma a volte sono un gioco e bisogna capire cosa si intende. In campo internazionale cooperazione internazionale e solidarietà internazionale sono sinonimi, che intendono una serie di cose. Tradizionalmente la cooperazione internazionale riguardava il rapporto con un altrove: politiche economiche, sanitarie, ambientali, e allo sviluppo. Si intendeva quella parte legata alle politiche del cosiddetto sviluppo. Per l’ambiguità si è cominciato a parlare di solidarietà per intendere la cooperazione no profit. In generale poi, se si parla di solidarietà come aiuto, io lo trovo un termine un po’ superato. Ci sono tentativi di riformulare il concetto, come interscambio fra realtà diversamente ricche, in una logica di interscambio più che di trasferimento.
Dal su punto di vista i progetti nati da realtà locali dei paesi in via di sviluppo, hanno maggiori possibilità di successo della cooperazione che “viene da fuori”?


Bisogna distinguere l’intervento di emergenza e la cooperazione continuativa. Nel primo caso l’aiuto esterno è vitale, ma il cambiamento in una prospettiva continuativa non possono che farlo attori locali, con risorse locali, che possono essere incentivate anche da fattori esterni. Posto che non sono un purista del “solo loro possono”: ogni comunità ha le proprie problematiche e malfattori. Soprattutto in un mondo attuale lì e qui sfumano. Si può benissimo avere un attore locale eterodiretto che è la risorsa del progetto, così come un attore esterno che può avere competenze utili. Sfumerei questo confine.  Non esiste l’idea di trasportare il cambiamento.
Chi sono dunque e che scopo nel lavoro dei cooperanti?
Esistono operatori umanitari (sul campo), cooperanti e tecnici, più presenti nell'immaginario così come ad esempio la figura del missionario. Tutte hanno delle peculiarità e le rispetto, il testimone e il professionista: hanno comunque caratteristiche positive e negative. Credo che una figura interessante da sviluppare sia quella degli “animatori di comunità”, di reti di interscambio, per così dire: persone e realtà che sappiano essere trasformatori sociali là e qui. Se una persona non si integra nelle dinamiche di cambiamento sociale di Trento difficilmente sarà in grado di farlo a Quito. Mi interessa ad esempio chi si lavora nel commercio equo e solidale internazionale e si impegna a conoscere i produttori con trasferte nei luoghi dove lavorano pur tenendo aperta la propria bottega, magari, a Trento. 
Si può fare cooperazione internazionale anche stando a casa propria quindi? 
Ci si deve muovere. E’ necessario per lavorare in questo settore. Ma bisogna restare legati a un luogo. Anche costruire relazioni di interscambio è cooperazione, quindi anche stare “a casa propria” può essere un modo per fare cooperazione in un certo senso. Magari tentando prima di scoprire quali parti di casa nostra sono già occupate dal mondo, cercando poi di costruire  uno scambio positivo con le risorse del proprio territorio e di quello altrui.

Molti fra quelli che lavorano in questo campo, affermano che la cooperazione non funziona quando tutto è regalato. C’è una cooperazione che funziona meglio di un’altra?
Se non siamo in situazioni di emergenza, quando solo l’aiuto concreto ed immediato salva. Sto parlando di emergenze vere, calamità e guerre, non emergenze come “l’emergenza immigrazione” che non lo è. Ma se usciamo dall’emergenza stretta è vero, gli aiuti uccidono, se intesi come solo donazione. Sono nocivi perché sono unilaterali: è indispensabile un legame che dia potere e responsabilità, di scelta di coinvolgimento, ad entrambe le parti. Il solo dono mantiene il potere in chi lo concede. Si crea dipendenza, superiorità, invasività.
Una cooperazione allo sviluppo che funziona dovrebbe mirare a rendere obsoleta se stessa. Stiamo andando in questa direzione?

La valutazione è diversa da Paese a Paese. Prima ancora che pensare alla dimensione materiale della cooperazione come succede in molte realtà, vorrei che si prestasse attenzione alle valutazioni. Che ci fossero pensieri prima di azioni e di soldi, pensieri di cambiamento. La cooperazione ha fatto la propria crescita culturale, per lo meno dichiara l’interesse per la partnership e l’ownership locale. Lo scarto fra il dire e il fare c’è. Io vedo contemporaneamente mondi fermi che ripetono l’uguale, che nominano ancora i paesi in via di sviluppo, nord e sud del mondo, e vedo approcci più legati alla realtà e ai dati di fatto. La direzione principale è quella dall’internazionalizzazione come si vede dal cambio di posizione di Brasile,  India e Cina, ad esempio.

E’ possibile spingere uno sviluppo che sia sostenibile? O al momento conta più spingere l’uscita dalle crisi umanitarie e sociali?

Intanto bisogna capire dov’è il perno della sostenibilità, capire l’equilibrio fra sostenibilità ambientale, sociale e culturale. Non ci sono progetti sostenibili o insostenibili tout court. Detto questo, certo bisogna assumere un’ottica di lungo periodo. In passato ci sono stati enormi esempi di progetti che per sostenere un aspetto ne hanno affossato un altro. In generale più che di ricette o di modelli trasferibili bisogna parlare di scoperte, riscoperte e unicità, territoriali e culturali. La chiave dello sviluppo resta ambigua, perché trasformazione significa inevitabilmente acquisire qualcosa e perdere altro. Ovvio che gli spot di sostenibilità, i marchi fair trade, equo e sostenibile, possono essere ormai inseriti in qualsiasi tipo di progetto. Bisogna vedere se è reale l’impegno. Sapendo che non c’è bianco o nero. Il commercio equo e solidale lo è? Siamo in un mondo di contraddizioni, la purezza, per fortuna, non esiste. Bisogna saper abitare l’ambiguità. Non si tratta di risolvere un’equazione già scritta ma di avviare progetti, di avvicinarsi all’equilibrio. In questo senso il cooperante non può essere il singolo, perché ci si deve confrontare con una realtà nel suo complesso: a volte è più importante il pensare a cosa si fa che il farlo. Bisogna creare una comunità di pensiero che si incontra, perché nessuno ha le ricette, e chi pensa di avere le ricette, mente.

venerdì 17 aprile 2015

Il caro prezzo.

Oggi ho deciso di trasformarmi nell’Iva Zanicchi d’antan è lanciare una nuova serie di “Ok il prezzo è giusto”. Vorrei chiedermi, e chiedervi, se davvero sappiamo quanto costano gli aggetti, le esperienze e i servizi che acquistiamo. 

Ad esempio, in linea di massima, le brave massaie e gli studenti fuori sede più degli altri, sappiamo tutti il prezzo di un kilo di pasta, di un litro di latte, di un kilo di macinato di manzo, di una pianta di lattuga. La situazione è già più complicata se ci chiediamo: quanto costa un paio di scarpe? Una crema per il viso? Un paio di Jeans? Un automobile? La risposta non è più così semplice…. Parliamo di scarpe di alta moda in pelle di pitone albino o di un paio di flip flop dei grandi magazzini? Di una Ferrari o di un macinino da 50 cavalli? Senza stare a disquisire sugli elementi che contribuiscono a determinare il prezzo di un bene, i materiali, la pubblicità, il trasporto e via dicendo, è bene sapere che ciò che determina il prezzo di un prodotto è l’equilibrio tra domanda e offerta.
Questo significa che se un jeans viene venduto a 20 euro e un pantalone dello stesso materiale di una nota Maison di moda viene venduto a 800 e perché chiediamo di spendere 800 euro per un capo di vestiario. Non c’è dubbio che il jeans di sartoria sia realizzato con materiali di maggiore qualità, magari in Italia e quant'altro, ma questo non giustifica un prezzo 40 volte superiore al suo omologo. E’ il consumismo, bellezza.
 Il problema, la spina nel fianco che mi tiene scomoda rispetto a questo meccanismo è che, in effetti, nessuno di noi ha idea di quale sia il reale costo di ciò che compriamo.  Ogni chilo di pasta, di carne e di verdura, ogni paio di scarpe, ogni automobile oltre al prezzo sul cartellino ha un costo sommerso, in termini di esternalità negative.
 Queste esternalità non sono altro che le conseguenze derivanti da una certa attività, produttiva in questo caso, che pesano in termini monetari o di sacrifici, sull’intera comunità, e non sui produttori. Un esempio: la produzione di un pallone da calcio costa, mettiamo, 1. Il produttore cercherà tutti i modi per abbassare il costo di produzione, dislocando l’azienda dove il costo del lavoro è minore o le regole per il rispetto dell’ambiente sono meno rigide. Probabilmente riuscirà ad abbassare il costo a 0,5. Noi, che fino a ieri compravamo il pallone a 4 magari lo potremo comprare a 2, o comprarne 2 al prezzo di uno!
Abbiamo risparmiato? NO.
Per produrre quel pallone da calcio hanno inquinato un fiume con le scorie, avvelenato i lavoratori con le sostanze chimiche, abbattuto un pezzo di foresta pluviale per installare la fabbrica. Questi costi, sia in termini monetari, gestioni delle conseguenze ambientali da parte degli Stati, aiuti allo sviluppo per sostenere i lavoratori, che di rinunce, non avremo più la possibilità di bere da quel fiume o respirare l’ossigeno prodotto da quella foresta, vengono pagati da ogni individuo. Se potessero ricadere sul produttore magari improvvisamente il pallone costerebbe 6. Il che non sarebbe necessariamente un dramma. Prima di tutto perché sarebbe uno stimolo per la società civile a chiedere una produzione sostenibile, la produzione intensiva non lo è in maniera esponenziale, in secondo luogo perché ci farebbe capire che non ci servono 2,3,4,5 o 6 palloni.
Il disboscamento nella foresta di Willamette, Oregon.

Non ci serve mangiare carne tutti i giorni, se per produrre ogni etto di carne vengono abbattuti sei metri quadri di foresta pluviale con i 75kg di forme di vita che contengono. Non ci serve una macchina a persona in una famiglia. Non ci serve il nuovo deodorante che fa le ascelle glitterate, o l'idromassaggio a ozono per cani. Non ci serve cambiare telefono ogni 3 mesi. Credetemi, non ci serve. Non ci serve prendere un antibiotico per il mal di gola, non ci serve.  Il “benessere” che ormai associamo all’avere tutto, e più, e in avanzo, dal mio punto di vista, è tutta un’altra cosa. Io sto bene quando sento che quello che compro è necessario, quando scelgo un prodotto più etico e meno impattante, quando sono in grado di fare delle rinunce, perché il mio “benessere” è la speranza di non mandare le prossime generazioni a sbranarsi a vicenda per acqua, cibo e aria. Il dramma, è che mentre nell’Occidente bulimico qualcosa si sta muovendo nella direzione della decrescita e della sostenibilità, ebbene sì ci sono sempre più persone che vivono senza macchina, senza sprechi e addirittura senza soldi, l’industria continua a creare bisogni. E purtroppo, sta allargando questo modello anche alle economie emergenti e ai nuovi giganti. Ci sono sempre più realtà che hanno concentrato sulle zone povere e in via di sviluppo il proprio impegno per creare bisogni.
Coca Cola ha creato il kit per trasformare le bottiglie di plastica in annaffiatoi, giocattoli e porta spazzolini. Lo regala con ogni bottiglia in qualche (non si capisce quale) Paese del "terzo mondo". Bene. Bravi. Ma a loro, come a noi, non serve la coca cola, né la bottiglia di plastica. Ai bambini guatemaltechi non serve essere nutriti a bibite gasate e patatine, quando le loro famiglie non riescono a comprare riso e fagioli per evitare che muoiano di malnutrizione. Alle donne colombiane non serve un kit di creme “antirughe” da 500 dollari, perché ogni 2 minuti muore una donna di parto, e la gran parte del paese vive con meno di 4 dollari al giorno nel mezzo di una guerra civile che dura da decenni e ha fatto 270.000 morti.
Eppure, lì e altrove le multinazionali stanno esportando pubblicità, catene di negozi e vendite piramidali. Eppure ci stanno riuscendo a convincere le donne indiane che a loro serve la borsetta firmata, le famiglie che vivono negli immondezzai che la tv satellitare è necessaria. A dire il vero sono anni che questa subdola infiltrazione va avanti: La Nestlè è stata chiamata in causa perché in sud e centro America, in alcune zone dell’Africa e dell’India ha spinto così tanto, attraverso campioni gratuiti e spot, il consumo del latte artificiale che la mortalità infantile ha subito un aumento, poiché le donne non allattavano più al seno.
Il benessere, lì, come qui, è un’illusione, una bugia, un tira e molla con la parte più fragile dell’animo umano.
 Finchè non capiremo questo saranno inutili le campagne contro i big della moda che sfruttano i lavoratori in India, contro i produttori di carne che disboscano l’Amazzonia, le multinazionali, le case farmaceutiche, perfino i mercanti d’armi. Quelle sono solo le parti superiori di un castello di carte, alla cui base ci siamo noi e i bisogni che ci hanno convinti di avere. E’ per questo che dobbiamo comprendere prima di ogni altra cosa il vero costo di ciò che compriamo. E’ per questo che dobbiamo allargare la visione alle conseguenze e spingere la nostra evoluzione empatica, sociale, culturale e spirituale verso la consapevolezza. La consapevolezza che per permettere ad alcuni di avere troppo, più che troppo, la maggior parte non ha niente oltre la disperazione. La consapevolezza che se il piano funzionerà, se tutto il mondo comincerà a consumare come noi, il sistema imploderà. Addio macchine, addio jeans da 800 euro, addio creme e cremine, benvenuto medioevo.
La consapevolezza che l’essere è quello a cui dovremmo aspirare, più che all’avere, che la vera ricchezza sta nell’equilibrio, fra natura e uomo, fra fame o obesità, nell’empatia, nella felicità, nella coesione, nella pace. La ricchezza c’è, si tratta di mobilitarla. Io sto cercando di arricchirmi, e voi?

lunedì 30 marzo 2015

Santi,poeti e cooperanti: lo sguardo sul mondo della cooperazione italiana di Roberto Belloni



Roberto Belloni è un professore associato dell’università di Trento. Ma non è solo per la sua competenza accademica che ho deciso di parlare con lui, ancora una volta, di cooperazione e società. Ero convinta che il suo punto di vista sarebbe stato utile e interessante, non solo per le pubblicazioni, per gli articoli e il ruolo che riveste: ma perché Roberto Belloni prima che dietro una cattedra è stato sul campo. E’ il professore che non ti aspetti, che è stato in Ex Jugoslavia a lavorare per la democratizzazione quando il bubbone del conflitto etnico e della guerra civile era appena scoppiato, quando della cooperazione si parlava appena. E la mia convinzione, a giudicare da quest’intervista, era ben riposta.

Tanti anni a contatto con la cooperazione internazionale, sia sul campo che come accademico, come è cambiato il ruolo di organizzazioni internazionali e cooperanti nel corso della sua esperienza?
Certamente nell’ultimo periodo si è avviato un processo di professionalizzazione, accentuato negli ultimi anni. Negli anni ’90 era possibile entrare nel mondo della cooperazione con poche competenze, mentre la figura del cooperante di oggi mi sembra si sia progressivamente arricchita di capacità tecniche e manageriali, oltre che organizzative, soprattutto all’estero. Per fare questo lavoro non basta la vocazione, sapere la lingua, sapersi rapportare alle popolazione: è necessario avere competenze, perchè il settore si è aziendalizzato in termini sempre più manageriali. E’ tutto molto più burocratizzato. Vent’anni fa c’era più improvvisazione, eravamo più sprovveduti forse. Era un approccio più avventuristico, ma non necessariamente il nuovo assetto è più valido: da un punto di vista ci sono più conoscenze, dall’altro si è persa la creatività, l’intraprendenza individuale. C’è un trade off fra le due cose.
A fianco ad un numero crescente di giovani che mirano a fare della cooperazione il proprio mestiere, crescono anche la diffidenza e le critiche verso le organizzazioni internazionali, governative e non governative, qual è il suo punto di vista rispetto a questa situazione a due facce?
Quella che si è diffusa, specialmente nel nostro Paese è una visione strumentale, volta a giustificare i tagli alla cooperazione, che non sono dovuti, come spesso si tende a pensare, al fatto che la cooperazione sia pessima, il meccanismo è contrario: visto che i soldi non ci sono allora viene descritta in maniera pessima (basti pensare ai tagli al settore apportati dal governo Berlusconi). Nell’agosto 2014 c’è stata una nuova legge quadro per disciplinare gli aiuti internazionali, che prevedeva la realizzazione di un’agenzia, mai creata. Ma quello che traspare principalmente dalla legge è che la cooperazione interessa più che altro come ponte di lancio per industrie italiane, come rapporto con attori privati. Per i giovani, forse l’interesse in controtendenza con l’opinione generalizzata è suscitato anche dalla difficile crisi economica e dalla mancanza di alternative tradizionali.
A guardare le reazioni della società rispetto agli ultimi eventi sembra che il ruolo di cooperanti e corrispondenti sia sempre più visto sotto una cattiva luce, è reamente così? Quale potrebbe essere secondo lei il motivo?
Molto dell’astio della società mosso dalle storie personali dei cooperanti. Nel caso di Greta e Vanessa, ad esempio, molte delle reazioni sono state mosse dal fatto che questo è un paese conservatore: il fatto che fossero donne è sufficiente a far accendere l’astio, anche nei giovani. Forse per i più avrebbero dovuto restare qui, fare figli e fare le casalinghe. Vittorio Arrigoni, pur essendo di sinistra era un uomo, e le critiche sono state più sparute.
C’è una cooperazione giusta e una sbagliata?
In termini semplicistici: starei lontano dalla questione preparazione (sprovvedute, o non sprovvedute, giusto o sbagliato).Direi che ci può essere un cooperante bravissimo, dal punto di vista tecnico, un ingegnere ad esempio, che magari non ha le conoscenze socio politiche del posto dove lavora: anche una coop perfetta dal punto di vista tecnico può essere inutile o dannosa.
Un esempio: una strada può essere ben costruita, ma potrebbe essere usata da mezzi militari per peggiorare le condizioni di una parte della popolazione in Paesi in crisi. La cooperazione “buona” tiene in considerazione gli aspetti del contesto in cui interviene, e dei possibili impatti dell’intervento. Quella “non buona” è quella strettamente tecnica, e c’è ancora. Agli inizi degli anni’90 il Rwanda era un esempio di cooperazione che funzionava, perché il pil era cresciuto dopo l’intervento internazionale, e c’era momentanea pace, e progresso. Pochi anni dopo è stato teatro di un genocidio da un milione di morti..
Com’è cambiato il ruolo delle istituzioni nazionali e sovranazionali rispetto alle crisi umanitarie? Ci sono differenze fra la guerra civile nei Balcani dei prima anni novanta e l’attuale crisi in Siria?
Al di là dei dettagli della situazione specifica, in realtà le differenze sono pochissime, Dai Balcani in avanti la teoria e la pratica degli interventi è stata mossa dal contenimento, ovvero dall’intervento palliativo locale che ha però come scopo ultimo tutelare i paesi occidentali, contenendo le migrazioni eccessive. L’atteggiamento di fondo è di aiuto strettamente umanitario, senza intervento politico forte. Perché una visione politica rispetto alla soluzione non c’è. Un intervento dei caschi blu in Siria non credo proprio ci sarà, almeno per il momento. Manca una visione strategica.
Cooperanti e ONG, come sono tutelati a livello nazionale?
C’è tutela formale tale per cui le ONG possono chiedere riconoscimento, hanno quindi facoltà di presenziare come interlocutori ai tavoli dove si decidono le gestioni delle crisi. Sull’aspetto del lavoro sul campo ci sono più problemi, in particolare in situazioni di conflitto. I rischi inevitabilmente ci sono, fanno parte dell’essenza stessa di questo lavoro. Le soluzioni non sono così immediate: si può tentare di far capire ai contendenti che non si è schierati (ad esempio come fa Emergency, con medici e personale disarmato, che cura tutti). Un secondo approccio è assumere milizie locali (come hanno fatto alcune ONG Italiane in Somalia) pagate. La terza è quella di affidarsi a truppe internazionali se presenti sul territorio, lavorando a stretto contato con loro. Il problema sta nel fatto che ci si associa all’esercito nel bene e nel male, e il cooperante diventa un target, restringendo lo spazio umanitario. L’Italia tutela i suoi cooperanti, ma in quanto cittadini all’estero, senza normative dedicate.
E’ necessaria una maggiore consapevolezza? Una maggiore informazione? Se sì secondo lei da dove vengono queste carenze: informazione, istituzioni, istruzione?
Sì. Ci sono carenze nel sistema dell’informazione, che tende a semplificare e non approfondisce. Non si parla tanto di esteri, e se lo si fa lo si fa con una prospettiva nazionale. Alcune settimane fa in Libia erano tutti pronti a intervenire, ma pochi pronti a capire cosa stava succedendo. E su questo hanno responsabilità politica e informazione. L’istruzione è anche molto lacunosa, ma ci sono casi di progetti pilota nelle scuole per rendere i ragazzi più consapevoli, anche se sospetto che le iniziative siano più individuali, mancano quelle sistematiche.
Come e attraverso quali canali è possibile avvicinare il pubblico a realtà come la cooperazione e a quelle in cui la cooperazione opera?
C’è qualche canale utile. Riviste, siti: Internazionale è uno strumento abbastanza utile, Limes, e c’è tanto in lingua inglese, il Guardian Weekly, L’Economist, che pur da un punto di vista conservatore copre bene la politica internazionale. E poi i siti specializzati: sul medioriente funziona molto bene Haaretz. Ma al di là dell’offerta informativa, purtroppo nel pubblico c’è molta pigrizia. Le notizie si consumano velocemente, senza approfondirle.


lunedì 23 marzo 2015

Se la stampa non è un'opinione: il punto di vista di Ugo Tramballi

Una conversazione con il giornalista del Sole 24 Ore , su informazione, cooperazione e società.







Spunti interessanti,e magari inaspettati, da questo  giornalista con la G maiuscola.

Ugo Tramballi "Ha iniziato la carriera di giornalista nel 1976 al Giornale di Montanelli; dal 1983 è stato inviato speciale in Medio Oriente, India e Africa e corrispondente di guerra in Libano, Iran, Iraq, Afghanistan e Angola. Tra il 1987 e il 1991 è stato corrispondente da Mosca. Dal 1991 è inviato ed editorialista di affari internazionali al Sole 24 Ore.È membro dell’Istituto affari internazionali di Roma, del Centro italiano per la pace in Medio Oriente di Milano, Media Leader del World Economic Forum." (da "Ilsole24ore.com) in diretta da Gerusalemme, la sua chiacchierata con La BisbEtika:


Qual è secondo lei il ruolo della stampa e dei mezzi di informazione nel riportare ciò che succede oltre i confini statali? Il rischio strumentalizzazione è dietro l’angolo, i titoloni spaventano il pubblico o danno semplicemente ai lettori quello che vogliono?
Il ruolo della stampa dovrebbe essere informare nel migliore dei modi possibile, ma non sempre è così: sia dentro che fuori i nostri confini. Ma in Italia, riguardo agli esteri, non penso tanto a una volontà di strumentalizzazione da parte di qualche centro di potere – a volte tuttavia accade - quanto a una via di mezzo fra il sensazionalismo e un modo di accontentare i lettori che, in generale, di esteri ne sanno ancora meno dei giornalisti. Scrivere per esempio la sciocchezza che l’Isis sta per arrivare a Roma, ha più effetto che tentare di spiegare quanto effettivamente il califfato sia una minaccia.
Spesso valutando gli avvenimenti sarebbe buona regola chiederci chi ci guadagna, quindi chi guadagna secondo lei da un’informazione a volte univoca?
Credo poco alle teorie della cospirazione o all’esistenza di un Grande Fratello: a volte è solo ignoranza o mediocrità di giornalisti ai quali piace sposare cause piuttosto che tentare di capire le ragioni degli uni e quelle degli altri in un conflitto.
L’ inviato di guerra, il corrispondente dall’estero: sono ancora ruoli necessari per un’informazione che al giorno d’oggi passa per la rete e la sua capillarità a portata di click?
L’inviato – che sia di guerra, di avvenimenti interni, di esteri o di mafia da Palermo – è una delle prime vittime del web. Chiunque può scrivere ciò che vuole da dove vuole; l’immediatezza della notizia trionfa sulla “slow news”, cioè sul tentativo di approfondire e ragionale. Il web ha molti pregi ma alcuni gravi difetti: uno di questi è la scomparsa della sana abitudine di verificare le fonti. Dare in fretta la notizia è ormai più importante che verificarne la veridicità.
Un’esperienza decennale nel raccontare il Mondo, anche in situazioni critiche, si è mai sentito davvero in pericolo?
Non mi piace rispondere a questa domanda che, stranamente, molti giovani mi fanno. Che mi trovi in pericolo o meno mentre seguo un avvenimento, è irrilevante. Non sono io la notizia: io seguo e racconto la notizia. Ma capisco che molti giornalisti, soprattutto i televisivi in zone di guerra, facciano più spettacolo che informazione, dando del nostro mestiere una falsa aurea di protagonismo. La cosa peggiore del nostro mestiere è quando un giornalista crede che la notizia sia lui che segue una notizia.
In tanti anni come corrispondente dall’estero, ha notato un cambiamento nelle tutele garantite dallo Stato a chi lavora in zone di rischio?
Non credo che lo Stato debba garantirmi delle tutele di qualsiasi genere. Se vado in una zona pericolosa, lo faccio per mia volontà, d’accordo con il mio giornale. Non ho diritto ad alcuna tutela pubblica, non sono un mutuato Inps.
Cooperanti, corrispondenti, dipendenti di aziende dislocate: si moltiplicano gli episodi che mettono a rischio la loro incolumità: dai rapimenti in Medioriente alle pressioni del Governo sui giornalisti in Cina: cosa rappresenta il rischio maggiore dal suo punto di vista?
Il rischio maggiore per un giornalista non è quando rischia la vita, per esempio in una zona di guerra: come ho detto prima è una sua scelta e non può pretendere che i combattenti tengano conto del suo “diritto” d’informare. Per i cooperanti e i dipendenti di aziende è un po’ diverso ma anche loro in genere sanno sin dall’inizio di andare a operare in zone rischiose. Il pericolo maggiore per un giornalista è quando governi e regimi tentano senza sparare di limitare il suo lavoro.
Dalla società civile e dalla politica queste figure professionali ricevono più spesso critiche e atteggiamenti astiosi, se non addirittura aggressivi, più che solidarietà e interesse: perchè? Dove sta la differenza fra i Marò e Greta e Vanessa?
Se posso dirlo, i due marò sono più vittime di quanto lo siano Greta e Vanessa. Latorre e Girone erano al lavoro, mandati in missione dal loro governo che doveva garantire un quadro legale internazionale al loro operato. Le due ragazze, con tutta la stima per i loro ideali, sono andate allo sbaraglio volontariamente e con molta ingenuità. Ci sono donne e uomini dello Stato che hanno rischiato la vita per tirarle fuori dalla Siria, della quale hanno dimostrato di non capire la profondità della tragedia.
Perché milioni di persone sono scese in piazza per la libertà di stampa di Charlie Hebdo mentre vengono accettate, anche dai governi legati da rapporti economici al gigante asiatico, le pressioni e i vincoli imposti ai giornalisti e ai loro collaboratori in Cina?
Se tu mia avessi chiesto cosa pensavo di Charlie Hebdo prima della tragedia di Parigi, ti avrei detto che quel giornale era mediocre e arrogante nella sua presunzione intellettuale di criticare e insultare chiunque. Ma a Parigi è avvenuta un’esecuzione, per questo ogni critica scompare di fronte alla tragedia e alla gravità dell’aggressione al diritto di opinione. Non è paragonabile con le pressioni che un giornalista può subire da un regime, per quanto repressivo. Il mondo è pieno di questi regimi e spesso i giornalisti subiscono pressioni anche nel mondo democratico.
Qual è il ruolo dell’informazione in questo schema? Portare verso il pubblico l’indifferenza della classe politica o viceversa? I media sono solo testimoni di queste dinamiche o anche fomentatori?

I titoli eccessivi di Libero, quelli per tutte le stagioni del Corriere della Sera, quelli marxisti del Manifesto o i titoli confindustriali del Sole 24 Ore, cercano tutti d'intercettare il loro lettore tipo. In qualche modo la libertà di stampa italiana consiste nell'avere tanti giornali di parte diversa. E' difficile trovare esempi di giornalismo anglosassone. Il quale non è assenza di opinioni ma, al contrario, la libertà di cambiare opinione a seconda della situazione e non mantenerla a seconda degli interessi dell'editore. Ovunque nel mondo democratico, la linea editoriale di un giornale tiene conto degli interessi del suo editore: succede anche al Financial Times piuttosto che al New York Times. Da noi un po' di più, al punto da essere percepiti più come strumento degli interessi degli editori che come strumento d'informazione. E' una delle ragioni delle scarse percentuali di diffusione dei giornali in Italia, da sempre. Ciononostante, anche da noi i giornali contribuiscono a formare l'opinione pubblica e l'interesse generale. Forse più di qualsiasi altro strumento.

In diretta da Trento, poco da aggiungere, se non un "chapeau" per una professionalità che abbiamo imparato a non aspettarci più.
Appuntamento alla prossima intervista della BisbEtika, questa volta con un accademico, speciale... a presto!

martedì 17 marzo 2015

Operazione Cooperazione.

Un po’ per caso e un po’ per via delle recenti vicende di cronaca mi sto trovando spesso a discutere del ruolo di cooperanti, corrispondenti e lavoratori all’estero che nel mondo di oggi sono sempre di più e sempre più a rischio.


Da quando Greta Ramelli e Vanessa Marzullo sono state rapite, e poi liberate, in Siria mentre svolgevano un progetto di sostegno alle popolazioni nel territorio dilaniato da quattro anni di guerra, nei salotti televisivi, dalle colonne dei giornali, nei simposi come nei bar gli esperti di cooperazione hanno iniziato a spuntare come i funghi dopo un temporale.

Nella stragrande maggioranza dei casi chi si dedica alle attività umanitarie o di sostegno allo sviluppo all’estero ispira alla società civile, e di conseguenza alla politica e alla stampa, toni poco pacati se non aggressivi: da “prima gli italiani” passando per “dovevate starvene a casa vostra” per arrivare a veri e propri insulti che mi rifiuto di ripetere.

Eppure è difficile capire dove stia per i più il confine fra utile e inutile, buono o cattivo, eroe o sprovveduto.
Nella terra delle “oRgettine” e di Famiglia Cristiana, della famiglia stile Mulino Bianco e dei femminicidi quotidiani, i Marò vanno tutelati e protetti, mentre Greta e Vanessa andavano lasciate in mano ai rapitori dell’ Isis. Quattrocchi è stato un eroe, Vittorio Arrigoni un comunista antisemita. Oriana Fallaci è vicina alla canonizzazione nazionalpopolare me delle difficoltà dei corrispondenti esteri, ad esempio, inCina, importa poco o nulla alla maggior parte del pubblico.
L'immagine della campagna #freemiao

Senza raccontare di nuovo le storie (le trovate nei link delle righe precedenti) di questi personaggi, ho deciso di chiedere un parere a qualcuno che della vita e del lavoro fuori dai confini dell’Italia sa qualcosa di più di noi professori da social network laureati su Slytg24.

Da quattro interviste, che pubblicherò nel corso del prossimo mese, spero possano nascere spunti e punti di vista nuovi per discutere con un po’ più di competenza di corrispondenti e volontari, e soprattutto di quella cooperazione internazionale che spesso si sente nominare ma che fatichiamo a riconoscere.

Prima di iniziare, due piccole definizioni: La politica di cooperazione allo sviluppo è l’insieme di politiche attuate da un governo, o da un’istituzione multilaterale, che mirano a creare le condizioni  necessarie per lo sviluppo economico e sociale duraturo e sostenibile in un altro paese. L’attuazione di tali politiche può essere realizzata da organizzazioni governative, nazionali o internazionali, o da organizzazioni non governative (ONG), indipendenti.

 I dipendenti di queste organizzazioni sono i famosi cooperanti che “se la vanno a cercare”.
Col recente affermarsi di nuovi attori politici ed economici che spingono verso strategie diversificate di sviluppo (crescita sostenibile, consumo “etico”, tutela dell'ambiente come parte dell’impegno contro la povertà e la fame) la Cooperazione allo sviluppo è sempre meno una questione di aiuti da governo a governo e sempre più un fenomeno complesso di cooperazione decentrata.
La prospettiva della cooperazione decentrata necessita di un maggior coinvolgimento dell’intera cittadinanza, e non più solo delle nicchie attive di popolazione sensibile: informarsi e farsi un’opinione al riguardo sta diventando un dovere, anche perché quello degli aiuto allo sviluppo e delle ONG è un business da miliardi di dollari, sul quale l’opinione pubblica dovrebbe vigilare.

L’intervista ad Ugo Tramballi, corrispondente del Sole 24 ore, già giornalista del Giornale di Montanelli, inviato in Medioriente, Oriente, Russia per citare alcune esperienze, sarà online sulla BisbEtika a breve.
Offrirà qualche buono spunto? Stay Tuned!

E facciamocela un’opinione, non costa niente e sia mai che ci serva!

domenica 22 febbraio 2015

Belle idee e begli ideali

Dal sapere al saper fare

Belle idee, la transizione, la decrescita, l’autoproduzione, gli orti urbani e le permaculture. Bellissime idee. Mi entusiasmano. Sono probabilmente i pilastri della nuova (e verosimilmente unica possibile) rivoluzione culturale ed economica attraverso la quale si possa arrivare ad un futuro più equo, sostenibile, basato sulla tutela dei diritti di ogni cittadino del pianeta e sulla tutela dell’ambiente.  In proposito si sono scritti libri, girati film e documentari, per portare avanti questa “rEvoluzione” sono nati movimenti, associazioni, riviste. Fin dagli anni ’70. Entusiasmante no? L’idea di un mondo in cui la produzione di beni e alimenti avviene riducendo al minimo inquinamento, scarti, esuberi, in cui il cibo c’è, per tutti, in cui non dovremmo preoccuparci di andare in guerra per l’acqua, della desertificazione, del buco nell’ozono. Fantastico.  Dopo aver letto libri di economisti e sociologi, dopo aver seguito conferenze, guardato documentari, aver preparato il fagotto per l’imminente partenza per la Transition Town più vicina,a mi sono accorta di una fatale falla nel mio piano: non so piantare una carota. Non so coltivare delle patate. Non so mietere il grano. Non so issare i tralicci delle viti. Non so mungere una mucca, tantomeno una capra. Non ho idea di come salvare una pianta di pomodoro dai parassiti. Non so attaccare un bottone, figuriamoci cucirmi i vestiti. Non sono in grado di costruire un muretto, scavare un pozzo, manco una casetta sull’albero.  A raccogliere le uova delle mie galline me la cavo abbastanza bene, ma in quel caso, siamo sinceri, il lavoro lo fanno tutto loro.
Un forest garden in permacultura
So un sacco di cose, la differenza fra equità ed uguaglianza, cosa siano i commons collaborativi, chi sono i prosumers. Potrei citare quasi a memoria le battute dei film di Al Gore e delle conferenze di Rifkin. Ma non so fare praticamente nulla. Panico. Quale potrebbe essere la mia utilità in una città, in una comunità, basata sull’autoproduzione, sull’agricoltura sostenibile, su un modello produttivo di altri tempi? Fossi che so, un medico, un dentista, un’ingegnera.  Invece sono solo una (quasi) sociologa e mi sento sempre più in piedi sul traballante sgabello di chi predica bene ma razzola male.
Dopo qualche ricerca la risposta al mio senso di inadeguatezza sembra essere arrivata dal Movimento Per laDecrescita Felice, e dallo straordinario esperimento dell' Università del SaperFare. I corsi di questa particolare facoltà che si svolgono nelle varie sedi del Movimento in tutta Italia, si basano sul recupero di capacità pratiche andate perdute negli ultimi decenni, dalla gestione di colture, alla calzoleria, passando per la produzione di cosmetici naturali e detersivi vegetali. “Il Saper Fare è una sorta di rivoluzione culturale- spiegano sul sito del movimento- che presenta una quantità incalcolabile di vantaggi: permette di recuperare capacità e utilità perdute, di accedere a beni primari limitando acquisti e spostamenti, di inquinare meno e risparmiare molto, e di sperimentare una nuova dimensione entro la quale rivalutare il tempo e la soddisfazione del lavoro ben fatto, da condividere in modo solidale. Zero imballaggi, meno trasporti, niente emissioni. Se migliaia, milioni di singoli adotteranno le pratiche del Saper Fare, inaugurando nuovi stili di vita basati sul recupero della capacità di auto-produzione di beni e quindi riducendo la produzione di emissioni e rifiuti, l’impatto di questa pratica diverrà in breve tempo molto significativo anche su scala globale.” Sul sito del Movimento per la Decrescita Felice si trovano, oltre al calendario dei corsi pratici in giro per l’Italia, decine di link utili per iniziare l’avvicinamento al knitting, all’autoproduzione di cosmetici, alla preparazione del pane, agli orti e alle fattorie urbane, alla produzione di formaggi e yogurt e molto altro. Le applicazioni delle tecniche sono infinite e ognuno può contribuire realizzando nuovi corsi, purchè questi siano in linea con il manifesto dell’associazione.
Oggi, in un momento in qui la disoccupazione è dilagante e il sistema industriale è vicino alla saturazione,affinare alcune abilità pratiche, spesso considerate “di bassa leva” o poco interessanti, potrebbe rivelarsi un ottimo escamotage lavorativo, oltre che etico, per trovare il proprio posto in un’economia nuova in cui i capisaldi del capitalismo occidentale iniziano a vacillare.
Mentre affilavo i ferri da calza e rispolveravo la zangola dalla cantina però ,fortunatamente mi sono balzate agli occhi altre due considerazioni. La prima: per uscire dall’attuale crisi occorre un radicale cambio di paradigma culturale: non possiamo pensare di risolvere i problemi originati  dal vecchio paradigma senza adottare nuovi strumenti mentali oltre che pratici e nuove categorie di pensiero, oltre che di azione. La necessità di occupazione in attività oggettivamente utili (nel settore dell’agricoltura biologica, del risparmio energetico, del recupero di materiali, della produzione di energia da fonti rinnovabili) che  producono beni, e non merci,che soddisfano bisogni primari ed essenziali, che riducono il consumo di risorse non può essere soddisfatta senza nuove politiche economiche industriali, e non può esserci una nuova politica senza una nuova società. Allora, è necessario che al fianco delle abilità manuali sviluppiamo anche le nostre abilità intellettive ed interiori: la nostra conoscenza, la nostra empatia, la nostra percezione di noi stessi come parte di un sistema dal quale dipendiamo e che dipende da noi. Allora non è inutile leggere,scrivere, documentarsi, conoscere persone, seguire conferenze , partecipare a movimenti, non è inutile prendersi del tempo per pensare oltre che per agire, per far crescere gli ideali assieme alle idee. La seconda parte del mio infallibile piano è passata da una consapevolezza ancora più semplice: serve davvero che guardi un video su Youtube per capire come piantare della lattuga? Molti di noi hanno la fortuna di avere genitori e nonni, zii e conoscenti che hanno ancora ben presenti i tempi in cui il saper fare era la norma. Così, prima di partire per Lucca per imparare a piantare un oliveto ho deciso di chiedere a mio padre di insegnarmi a zappare l’orto, a piantare i pomodori, a potare le viti, e a mia madre di insegnarmi a rammendare un calzino e a cucinare alla vecchia maniera.
Probabilmente a fine giornata avrò qualche dolorino alla schiena e un  paio di punture di spillo sulle dita ma mi sentirò più vicina in maniera coerente alla mia idea di rivoluzione.
E ora scusatemi, vi saluto perché ho il pane in forno,devo dare l’acqua ai pomodori,  le galline sono da governare, devo scaricare l’ultima conferenza di Rob Hopkins e il libro sull’autoconsapevolezza che ho iniziato mi aspetta sul bracciolo della poltrona!

domenica 11 gennaio 2015

L’insostenibile leggerezza dell’immobilismo

Se muoversi verso la sostenibilità è l’unica alternativa all’autodistruzione.


Sono nata nel 1988. Quando il boom economico ha iniziato ad allargare le maglie e far intravedere i collegamenti fra mafia e politica, quando la DC la faceva ancora da padrona, quando Bertolucci vinceva 9 oscar per "L’ultimo imperatore", quando si condannavano gli esecutori della strage di Bologna senza far luce sui mandanti, quando veniva ucciso Mauro Rostagno, e andava in onda la prima puntata di Striscia la Notizia. Alla vigilia del mio primo anno di vita cadeva il muro di Berlino: il mondo in cui io, e tutta la mia generazione, abbiamo mosso i primi passi mutava alla velocità del pensiero. Quando ho iniziato la scuola la preoccupazione maggiore per farci stare al passo con i tempi era insegnarci ad usare i computer, nuovo strumento dal potenziale immenso che presto sarebbe diventato una presenza costante in tutte le case, come la lavatrice. 

La televisione ci creava ogni giorno nuove necessità in una scorpacciata bulimica di nuovi giochi, merendine, videogames, caramelle e bibite. Volevano che la nostra generazione pensasse a crescere, in tutti i sensi. Contemporaneamente però iniziavamo ad avere i primi compagni di classe stranieri, in fuga dalla Bosnia martoriata dalla guerra civile, e a scoprire che il mondo non andava alla stessa velocità ovunque. In mezzo ci sono stati l’11 settembre, il movimento no global smembrato dal G8 di Genova, le manifestazioni contro la guerra in Iraq e Afghanistan, i movimenti alternativi che diventavano virali, i mezzi di comunicazione in piena rivoluzione. Non si faceva la raccolta differenziata. Non ci insegnavano il riuso, il riciclo, le conseguenze dell’inquinamento, dei consumi smodati. 
Quando finalmente abbiamo raggiunto l’età per votare la consapevolezza ha iniziato a farsi strada nelle menti dei più attenti: quanto costava tutta questa crescita? Chi e cosa stavamo fagocitando insieme all’illusione del boom infinito della società occidentale? Televisione e internet offrivano come un fast food aperto 24h su 24 tutte le orribili pietanze delle carestie, della devastazione dell’ambiente, delle foreste che cadevano fra le fiamme dell’industria. Nel 2009 una crisi, ben lontana da quella che a livello sociale e morale stava attanagliando il mondo da decenni, si è palesata a noi dell’emisfero Nord sotto forma di crisi economica.
 Da allora, il principale obbiettivo di tutte le politiche pubbliche dei paesi del primo mondo è l’uscita dalla Crisi, scritta maiuscola, come se fosse diventata un mostro mitologico a sette teste che tutto divora. A noi giovani cittadini hanno continuato a dire che bisogna spingere l’economia, consumare, consumare consumare. 

Ma che cosa stiamo consumando nel modello che ha contraddistinto l’occidente del dopoguerra? Quel fuoco di paglia che l’Europa brucia dalla seconda rivoluzione industriale  non è ripetibile nel mondo, non di certo con un numero crescente d’esseri umani. Le risorse  che permisero l’ascesa dell’Europa non sono a disposizione all'infinito : l'uso sconsiderato di combustibili fossili destabilizza il clima e le riserve vanno esaurendosi. La tragedia poi, sta nel fatto che l’immaginario dei Paesi emergenti s’ispira alla civiltà Euroatlantica, ma i mezzi per la sua realizzazione non sono più a disposizione. In questo panorama, assai desolante per la nostra generazione e per le prossime ed assai vergognoso per le precedenti, alla spinta alla crescita ad ogni costo si contrappongono nuove idee di crescita sostenibile, decrescita e transizione verso nuovi sistemi economici, sociali, e produttivi. 

Potrei usare queste righe per cercare di convincere qualcuno a cambiare rotta spaventandolo con i numeri della devastazione che l’attuale sistema sta causando, quanti metri cubi di gas nocivi, quanti animali estinti, quanti bambini muoiono di fame, quanti anni ci restano prima di andare in guerra per l’acqua. Potrei usarle per far notare quello che la politica non sta facendo e puntare il dito contro i potenti. Ma credo che una rivoluzione, se mai potrà esserci, arriverà dal basso, da questa società civile in fermento che nella quotidianità sta trovando nuove alternative alla crescita autodistruttiva che ci propongono. Allora le userò per raccontare qualcosa di nuovo, che non c’era nel mondo in cui sono nata ma potrebbe cambiare quello in cui cresceranno i miei figli, perchè forse basta davvero poco per fare la rivoluzione: forse basta la consapevolezza, la conoscenza di tutte quelle realtà che il mondo lo stanno già cambiando. 
Perché c’è chi è salito un gradino più in su e riesce a guardare un po’ più lontano: sono i protagonisti delle transition towns, delle aziende collettive, del commons collaborativo. Sono quelli che piantano un orto nelle aiuole di Londra, sui tetti di New Tork, che viaggiano con il couchsurfing e il carsharing, che tengono e  frequentano i massive open online courses , che aprono le panetterie sociali di quartiere, che fanno internet delle cose, delle informazioni dell’energia. Nelle Transition Towns, realtà cooperative sparse in decine di paesi, collettività e creatività sono protagoniste: a Londra  il movimento di Rob Hopkins ha messo in piedi orti cittadini, in cui ognuno può raccogliere e consumare il cibo prodotto, in giardini abbandonati, fermate dei bus, perfino gallerie della metro. In questo modello “locale” è sinonimo di ecologico, economico, accessibile: i negozi di alimentari, i forni, i fruttivendoli: sono frutto di investimenti collettivi non solo di capitali ma anche di conoscenze e competenze. 

C’è un’intera economia che aspetta di essere scoperta: con gli orti privati, i rooftops gardens sui tetti dei palazzi, gli orti collettivi, i collegamenti con gli agricoltori suburbani circa l’80% del cibo di cui necessitano le città potrebbe essere prodotto entro i loro confini . Ciò significa, meno spese per l’importazione, meno inquinamento, meno sprechi, più lavoro su scala locale, più giustizia sociale.  Tutto questo può partire dal pomodoro che domani potremmo decidere di piantare in un appezzamento abbandonato delle nostre città. Il concetto di fare rete in queste comunità parte sin dalle idee: ogni progetto prende vita da un incontro che mette in comunicazione chi ha le idee con potenziali investitori, ma soprattutto con le comunità locali, i cui membri possono scegliere di investire, anche con l’aiuto pratico, non solo con i soldi.
 Così può succedere che facendo da baby sitter si contribuisca allo sviluppo urbanistico che porta vecchie fabbriche abbandonate a diventare birrifici ecologici, orti idroponici e realtà produttive a basso impatto ambientale che creano decine di posti di lavoro. I consumatori, diventano in prima persona anche produttori, abbattendo i costi marginali di produzione di beni e servizi e rendendoli liberi dalle logiche di mercato.  Questi “prosumers” generano e condividono su scala paritaria informazioni, competenze, ma anche case, automobili, giocattoli, vestiti, rendendo il capitale sociale spendibile come quello finanziario. 

Ci hanno abituati a credere che se la sostenibilità dovesse soppiantare il consumismo e la libertà di accesso prevalere sulla proprietà dovremmo fare grandi rinunce. Non è vero. Non è vero che in una prospettiva più collaborativa e meno consumista dovremmo rinunciare alla tecnologia, ai viaggi, alla conoscenza alle comodità per tornare tutti a zappare la terra. Di fatto il costo reale di una telefonata o di una connessione a internet è prossimo allo zero. 
Di fatto esperienze come il couchsurfing, in cui si scambia ospitalità con altri viaggiatori per girare il mondo, il car sharing e lo scambio di appartamenti, ci dimostrano che si può scoprire il mondo spendendo poco ed inquinando meno. Di fatto attraverso i Massive Online Open Courses, si possono frequentare corsi online ad un livello spesso più alto di quello di molte università con costi quasi nulli. Di fatto da investimenti collettivi sono nate comunità che producono e vendono la propria energia elettrica in maniera del tutto ecologica, ed economica. Di fatto i giovani imprenditori stanno imparando ad aggirare lo strapotere dell’establishment bancario attraverso il crowfounding , per finanziare progetti  sensibili in una nuova economia che funziona anche con monete alternative. 
Ci sono persone “comuni” che ci stanno dimostrando che un altro modo di vivere, più empatico ,sostenibile e collaborativo non solo è possibile, ma è a portata di mano. 

Non spetta ai potenti muoversi in questa direzione, spetta a noi. Non fra un anno, non fra un mese, non domani. Oggi. E chi crede che non sia possibile, come diceva il caro Albert  Einstein , non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo.